selma

Ultimo dei biopic di una Award Season abbastanza sciapa e senza sussulti, Selma di Ava DuVernay rappresenta la quintessenza dell’Oprah Winfrey movie, ovvero quel cinema di impegno civile, legato a doppio filo con l’amministrazione Obama e volto a rievocare le drammatiche tappe della storia dei neri d’America che la più nota presentatrice americana sta producendo (e interpretando) negli ultimi anni; filone di film che vede in The Butler la sua espressione più istituzionale e in 12 Anni Schiavo quella più arty e autoriale. A confermare la genesi politica del film, inoltre, ci ha pensato la scriteriata distribuzione delle nomination all’Oscar, che vede Selma candidato solamente nella categoria di miglior film (e miglior canzone), creando il paradosso di una pellicola non degna di menzione in nessuna delle componenti che fanno grande il cinema (sceneggiatura, regia, attori protagonisti) ma comunque per ragioni oscure (politiche?) inserito tra i migliori film dell’anno.

La storia raccontata è quella della leggendaria marcia di manifestanti che, nel febbraio 1965, guidata da Martin Luther King (David Oyelowo), sfidò le autorità dell’Alabama segregazionista e percorse la strada tra Selma e Montgomery, ottenendo dal presidente Johnson l’approvazione del Voting Rights Act. Il film ripercorre l’organizzazione di quella manifestazione non autorizzata, tra i dubbi interiori di King, i negoziati con la presidenza, la resistenza pacifica alle terribili violenze subite e la forza sprigionata dai grandi discorsi del pastore premio Nobel per la pace.

Nonostante l’obiettivo dichiarato del film della DuVernay (regista indipendente americana cooptata per l’occasione) sia quello di evitare l’agiografia e cercare di gettare luce sul Martin Luther King uomo, insicuro, pieno di dubbi, padre di famiglia e marito premuroso, Selma segue ineluttabilmente e con geometrica precisione i binari del biopic retorico, tradizionale e salmodiante, volto più a incorniciare il mito di King che a fornirne una rappresentazione nuova. Stella polare dell’opera è, in scia con il Lincoln di Spielberg, erigere un monumento all’arte della diplomazia, del compromesso e del negoziato pacifico, relegando Malcolm X a focoso capo-popolo che non ottenne nulla mentre King, più felpato e inserito nei meccanismi istituzionali, rompeva le catene della segregazione; ma rispetto a quell’opera manca il racconto della politica come Arte e tutto risulta ingabbiato in dialoghi scolastici e trovate che forniscono nuovi significati alla parola “didascalico” (i fax dell’FBI che escono in sovraimpressione, per testimoniare il controllo totalitario cui King veniva sottoposto).

Se è pur vero che i biopic hollywoodiani hanno le loro regole e che da un film prodotto da Oprah Winfrey su Martin Luther King a 50 anni dalla marcia di Selma non era possibile aspettarsi chissà quale sperimentalismo, è altrettanto vero che la figura di King, in realtà ben più ambigua e intrigante di quella che la vulgata comune ha plasmato, meritava un approccio meno politico e istituzionale. Unica nota positiva, il Lyndon Johnson di Tom Wilkinson, che oltre alla straordinaria somiglia fisica riesce a raccontare tutti i dubbi e le difficoltà (ma anche i successi spesso taciuti) di uno dei presidenti più controversi dell’America del ‘900. Ad ogni modo, cinema retorico e didattico, pronto per essere fatto vedere nelle scuole durante l’ora di Storia.      

Voto: 1,5/4

 

 

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