Interviste

IL CALENDARIO DI OTTOBRE 2019

ottobre-2019
 
 
Ricchissimo il calendario di ottobre delle uscite cinematografiche, a partire dall'attesissimo Joker, recente Leone d'Oro a Venezia. Questo mese escono però anche Le verità di Hirokazu Kore-Eda, lo spin off de Il grande LebowskiThe Jesus Rolls - Quintana è tornato di John Turturro, il nuovo Terminator, e interessanti opere italiane come il nuovo thriller di Donato Carrisi (con Toni Servillo e Dustin Hoffman) e l'ultima pellicola di Salvatores.
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exodus dei e re locandinaLa tendenza del “tamarro biblico” sembra delinearsi come la nuova moda hollywoodiana, dopo un buon decennio di “tamarro gotico” che ci ha rifilato vampiri in tutte le salse, lupi mannari e gargoyles. Meno di un anno fa usciva il deludente Noah, ultima fatica di Darren Aronofsky (che consolida la sua reputazione di regista altalenante, capace di intervallare capolavori e flopponi), e ora ci prova anche Ridley Scott raccontandoci le gesta di un Mosè cupo e combattuto, interpretato da Christian Bale.

Il primo istinto è di prendere il titolo con le pinze: sia per le premesse poco entusiasmanti del filone biblico hollywoodiano dell’ultima annata(Noah, appunto), sia perché Ridley Scott, per usare un eufemismo, non ha decisamente “brillato” con i suoi ultimi lavori. The Counselor e Prometheus sarebbe meglio dimenticarseli. E invece, nonostante una buona dose di scetticismo, dobbiamo ricrederci: Exodus – Dei e re è veramente il ritorno di Ridley Scott, che non firma un capolavoro ma realizza comunque un film degno di attenzione, capace di tenerti incollato al sedile senza monotonia nonostante due ore e mezza di film.

La storia la sappiamo più o meno tutti, romanzata in modo un po’ diverso a seconda dell’occasione: Exodus è il racconto di matrice biblica dell’esodo del popolo ebraico, guidato da Mosè, al di fuori dell’Egitto dove gli ebrei erano tenuti schiavi e costretti a lavorare in condizioni terribili per le cave del faraone. Al principio della storia, l’Egitto è comandato dal saggio faraone Seti (John Turturro) e si trova a confrontare la minaccia dei beduini. L’esercito in guerra è comandata dal figlio del faraone, Ramses II (Joel Edgerton) e dal generale Mosè (Christian Bale), trattato dal faraone come un figlio. La disparità degli affetti che il faraone nutre verso Mosè in confronto a suo figlio finiranno per alimentare complottismo e inimicizia, mentre Mosè scopre alcune “scomode” verità sulla propria origine durante la sua ispezione alle cave dove gli ebrei vivono in condizioni mortali. Morto Seti in circostanze misteriose, Ramses diventa faraone e caccia ben presto Mosè dalla corte. Una decina d’anni dopo, Mosè sente la chiamata dei Cieli e parte per una nuova, ambiziosa missione: liberare il popolo ebraico dalla schiavitù e condurlo nella terra di Canaan.

Di mezzo abbiamo un cast molto nutrito (oltre a Bale e Turturro, magnifici, e a un Edgerton un po’ stereotipato, troviamo un Aaron Paul perlopiù taciturno, Ben Kingsley e Sigourney Weaver), ma soprattutto una sceneggiatura ben ponderata che fa giocoforza con la ricostruzione scenografica: abbandonate i timori dell’esagerata CGI di cui oramai i film sono stracolmi, perché il kolossal biblico poggia su ricostruzioni sceniche di forte impatto, soprattutto le ricostruzioni della capitale Menfi e delle cave dove lavorano gli schiavi ebrei. Percepiamo quasi un moto di timore, sentendoci piccoli di fronte agli imponenti obelischi e alle statue di Ra. Il film non ha grossi scivoloni: la recitazione è pulita, epica nei momenti più concitati, coinvolge anche lo spettatore più scettico.

La rappresentazione delle sette piaghe è visivamente spettacolare, ma ciò che più colpisce è, per l’appunto, la fedele riproduzione dei dettagli dell’antico Egitto: dalle umili case al senet sui tavoli, dagli obelischi pluridecorati ai giunchi di fiume, alle sponde limacciose e alla minaccia dei coccodrilli, fino alle cave e alle vertiginose impalcature dalle quali i carpentieri scolpiscono per decenni statue e piramidi, il film sembra a tratti un documentario di National Geographic. D’impatto anche la sequenza psichedelica di Mosè sul monte Oreb, dove l’incontro con Dio avviene in forma quasi allucinato: l’unico scivolone sono gli incontri successivi, con cui il messaggio religioso è proferito con le sembianze di un bambino.

I punti di contatto con Il Gladiatore, soprattutto nel primo tempo, sono molti (soprattutto il triangolo fra sovrano-erede legittimo-erede illegittimo), mentre il film diventa più autonomo nel secondo tempo, dove segue la storia che grossomodo tutti conosciamo. Apprezzabile per intero, dà il suo meglio nelle sequenze della gestione politica dell’Egitto e nell’esodo. Non manca un messaggio estremamente forte ed attuale. Lo stesso Mosè ad inizio film, parlando coi capi ebraici, li deride: «Volete andare a Canaan? Non vi conviene, sono tante tribù in guerra fra loro». Una riflessione che, pensata nel quadro attuale, non stona di molto. Senza considerare gli impietosi confronti fra Mosè e il faraone, e le idee contrariate che lo stesso Mosè ha nei confronti di certe azioni crudeli perpetrate da Dio.

Insomma, un film di alto livello, dove Ridley Scott ha compiuto forse due soli, grandi scivoloni: il modo banale e hollywoodiano della rappresentazione di Dio (preservare nella deriva psichedelica iniziale forse sarebbe stato meglio, o agire con astuti fuori fuoco) e il profilo del faraone, che viene trattato omogeneamente come il “cattivone”, un po’ troppo semplicisticamente (anche considerando la linea politica e l’amministrazione attribuita dalla storia a Ramses Il Grande). Comunque sia, un’ottima prova e un ottimo ritorno per un Ridley Scott che mostra di saper coniugare di nuovo cinema commerciale ad alta qualità!

Voto: 3,5/4

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