lo hobbit 3E’ finita. E’ finita la trilogia de Lo Hobbit, il sofferto adattamento cinematografico che Peter Jackson ha rincorso per oltre dieci anni in una telenovela di tira e molla con finanziatori, diritti e cambi di programma. I più avevano storto il naso quando era emersa la notizia che dal piccolo (paragonato ai tre mattoni che sorreggono Il Signore degli Anelli, s’intende) libro con cui Tolkien aveva cominciato la propria carriera tra le erbose alture della Contea sarebbero stati tratti addirittura tre film. Ora che la trilogia è completa, possiamo dirlo: un dittico al posto del trittico sarebbe stato decisamente più azzeccato. E non ci sarebbe dispiaciuto vedere Guillermo Del Toro in cabina di regia. Coi “se” e i “ma” si va poco lontano, perciò non ci resta che valutare quanto passa il convento, e purtroppo il risultato è deludente: dopo l’apprezzabile (ma a tratti prolisso) Un viaggio inaspettato, e dopo il mid-film La desolazione di Smaug che ha toccato la spannung della trilogia, il viaggio di Bilbo Baggins appresso alla compagnia di Thorin Scudodiquercia termina con un deludente e impoverito finale.

 

Il film potrebbe sembrare emozionante, se si pensa alla trama in gioco. Nulla di più sbagliato: il capitolo finale, che è il meno ragionato e dovrebbe essere il più spettacolare, è fatto di scelte telefonate, dialoghi da fotoromanzo, pessimi effetti CGI, una battaglia poco avvincente e tutta una serie di circostanze dagli esiti più che prevedibili. Come si può intuire, per un film basato quasi unicamente sulla battaglia, gli effetti speciali dovrebbero essere uno dei livelli più importanti di lavorazione. Ebbene, è anche uno dei livelli meno riusciti, con una CGI poco credibile e un’effettistica che sembra rimandare indietro di dieci anni. Fin troppo piatta, fredda e uniforme: gli elfi hanno tutti il medesimo volto e si muovono all’unisono (quando il “copia-incolla” si fa palese, insomma). Meglio gli orchi, ma stesso discorso per i giganti. Non c’è nulla di peggio, però, dei dialoghi fotoromanzati che si susseguono per gran parte del film, soprattutto nel quadrilatero Tauriel-Kili-Legolas-Thranduil. La malattia dell’oro che soggioga Thorin è roba vista e stravista, nasce, cresce e svanisce come qualsiasi spettatore si attende, lontano anni luce da ciò cui Jackson ci aveva abituati. Senza guardare a Il Signore degli Anelli, i primi due film de Lo Hobbit avevano già dimostrato una lettura più attenta, soprattutto con il drago Smaug. Le scene più riuscite, manco a dirlo, sono quelle con Bilbo, ma soprattutto le sequenze sulla sommità di Dol Guldur, lo scontro fra il Bianco Consiglio e un nemico invisibile, che assume contorni quasi da videoarte.

Senza dubbio questa trilogia nasce da premesse ben diverse rispetto a Il Signore degli Anelli. L’intento commerciale si fa estremamente più palese, ma ancora accettabile con Un viaggio inaspettato e La desolazione di Smaug, gradevoli e di buona fattura. Francamente inspiegabile questa conclusione davvero mal scritta, mal girata e mal realizzata, deludente sotto quasi ogni aspetto. Forse gli studios hanno investito troppe forze e troppo tempo nei primi due film, forse le idee erano state prosciugate. Quel che pensiamo lo abbiamo scritto in apertura: non doveva essere una trilogia ma un dittico, due film che avrebbero potuto condensare facilmente ed esaurientemente la narrazione della prima avventura di un piccolo Hobbit in un mondo vasto e spietato. Che peccato.

Voto: 1,5/4

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