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Chi sono veramente Amy (Rosamund Pike) e Nick (Ben Affleck)? La coppia esemplare che danno l’aria di essere, piacevolmente sistemata nella classica villetta dagli interni immacolati in una pulita cittadina del Missouri? Lo scopriamo non appena lei scompare misteriosamente, forse portata via o fatta sparire con la violenza. Poco dopo, lui viene accusato del suo omicidio. Che Nick non sia un marito felice né un uomo onesto e sincero è evidente fin dalla prima inquadratura, ma potrebbe non essere il subdolo assassino che tutti credono sia. E probabilmente Amy, dietro la sua gelida perfezione di donna affascinante e intellettualmente geniale, nasconde qualche lato oscuro. Con L'amore bugiardo - Gone Girl,David Fincher ci regala la sua decima pellicola (ma nella sua filmografia andrebbe compresa anche quella splendida serie tv da lui prodotta che è House of Cards), mettendo da parte gli adattamenti della trilogia Millennium di Stieg Larsson (che ripartiranno dal 2016) per portare sullo schermo un romanzo di Gillian Flynn, anche autrice dello script.

Il regista ci cala in un complesso puzzle che, nel raccontare l’indagine intorno a un delitto (vero o presunto?), seziona con precisione chirurgica la progressiva dissoluzione di un matrimonio e di un amore, per poi trasformarsi - dopo una svolta in stile La donna che visse due volte - in un thriller che non disdegna qualche veloce concessione al grand guignol e nel quale, moralmente, sembra non salvarsi nessuno. Il bello è che Gone Girl non funziona tanto come giallo, nei suoi colpi di scena (tutto sommato piuttosto prevedibili) o nella costruzione della tensione. Chiamati a interpretare personaggi tanto complessi e ambigui, anche gli attori convincono fino a un certo punto, sebbene la performance della Pike cresca nella seconda parte e Affleck sia comunque meno monocorde del solito (o meglio: la sua tradizionale staticità recitativa potrebbe una volta tanto essere funzionale al personaggio).

Dove il film di Fincher convince davvero è nella spietata rappresentazione di un’umanità grottesca che si aggrappa con torbida ossessione a un caso di cronaca, gode alla vista del sangue e brama intromettersi morbosamente nelle esistenze altrui come fossero storie di fiction, con il supporto della gigantesca macchina mediatica e di un intero sistema culturale. Per capire la portata dell’analisi sociologica e umana di Fincher, basta rapportarla a fatti ben più vicini a casa nostra e pensare all’ampia popolarità di quei programmi televisivi che in prima serata servono la cronaca nera in pasto a un pubblico ansioso e bendisposto.

Muovendosi come precedenti opere di Fincher quali Se7en, The Game e Zodiac, la struttura di Gone Girl si affida a una costruzione labirintica fatta di scatole cinesi e indovinelli, a un gioco del gatto col topo dove è impossibile discernere la verità perché annegata in un oceano di bugie. Ma il vero cuore del film è una consapevole analisi dell’America contemporanea: laddove lo splendido The Social Network era un’esegesi del capitalismo geek (oltre che una tragedia moderna, beninteso), qui si racconta, nel fallimento di un matrimonio borghese, una società erosa dalla crisi economica, chiusa in un egoismo venale, capace di cannibalizzare se stessa. E, soprattutto, l’irresistibile tentazione di mentire, ingannare, costruire a comando la propria immagine. Per questo, al di là delle sbavature, va dato atto a Fincher di mirare sempre alto e provare a costruire, tassello dopo tassello, una filmografia che guarda senza remore al cinema, quello vero.

Voto: 3/4

 

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