last-summerIsolamento. Ecco il fattore sul quale insiste Last Summer sia nella sua struttura narrativa ma anche (e soprattutto) in quella tematica. L’esordiente e coraggioso regista Leonardo Guerra Seràgnoli costruisce un dramma psicologico carico di tensione e di sentimento ambientandolo interamente su una barca a vela di lusso al largo del mare pugliese. Ma oltre a isolare la vicenda lontano dalla terra ferma, il film racconta proprio di persone isolate che cercano in tutti i modi di riallacciare un contatto e superare il vuoto che li circonda.

Rinko Kikuchi infatti interpreta una mamma che, non si sa bene per quali motivi, è costretta a doversi separare dal proprio bambino di sei anni. In quattro giorni dovrà così dare l’addio a Ken, ma prima ancora dovrà riallacciare il rapporto con suo figlio il quale non si degna nemmeno di concederle uno sguardo.

Last Summer è un film pieno di insidie che però il regista (aiutato anche da una troupe di grande richiamo che vanta, tra i tanti, Elda Ferri alla produzione, Milena Canonero ai costumi e Monika Willi al montaggio) evita senza indugio. Lo stile adottato dal giovane esordiente infatti rispecchia in toto la psicologia dei personaggi a bordo della barca. Ad una prima parte gelida, fredda, statica e geometricamente perfetta, il film contrappone, poco alla volta, uno stile più caldo e umano, meno preciso e rigoroso.

La protagonista, suo figlio, tutto il personale della barca e soprattutto lo spettatore, sono tutti guidati dallo stesso sentimento. Inizialmente la calma piatta e desolante della barca a vela (che risulta essere un piccolo microcosmo nel quale si muovo persone di culture profondamente diverse) non lascia spazio al contatto umano tra i naviganti. Il regista decide di inquadrarli soli e quasi oppressi dalle porte e dai corridoi dell’imbarcazione. Quando poi le acque, poco alla volta e con una tensione sempre più crescente dosata in maniera sapiente, inizieranno ad agitarsi, ecco che l’essere umano in tutte le sue sfumature viene a galla.

Potendo contare su un cast in ottima forma, il film si avvale di pochi dialoghi e tanti motivati silenzi che avvalorano ancora di più il senso di isolamento di cui dicevamo all’inizio.

Un isolamento costante che non abbandona mai la scena e i personaggi. Un isolamento dal quale, se vogliamo, è nato questo film, lontano dalle abitudini cinematografiche nostrane e lontano dai multisala, ma speriamo vicino al più gran numero di spettatori possibile.

Voto: 3/4

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