una-folle-passioneLe avvisaglie legate ad una post-produzione a dir poco tribolata non lasciavano presagire nulla di buono per l'ultimo film di Susanne Bier. Girato tra la fine delle riprese de Il lato positivo e l'inizio di quelle di American Hustle, Una folle passione è diventato un oggetto misterioso, un film scartato da tutti i principali festival del mondo da inizio 2013 in poi e la cui uscita in sala è stata rinviata più volte.

 Sul finire degli anni Venti nel North Carolina, gli ambiziosi coniugi George (Bradley Cooper) e Serena (Jennifer Lawrence) Pemberton puntano a costruire un vero e proprio impero del legname, sognando di potersi trasferire un giorno in Brasile. Ma sia George sia Serena nascondono dei segreti inconfessabili e si trovano a dover fronteggiare numerosi problemi che funestano la loro felicità.

L'adattamento del romanzo di Ron Rash aveva tutte le carte in regola per poter essere un titolo di successo: una regista apprezzata e vincitrice di un Oscar, una coppia di protagonisti affiatati e talentuosi, una storia d'amore, gelosia e follia. Eppure quasi nulla funziona: il film della Bier è un prodotto anonimo e insulso, pasticciato e approssimativo, raffazzonato alla bene e meglio, incapace di destare il minimo interesse in una vicenda che di spunti potenzialmente intriganti. Si pensi al modo in cui viene tratteggiata la protagonista Serena: una donna disturbata, con un fardello del passato che l'accompagna e ne mina la stabilità emotiva, determinata a perseguire i propri obiettivi costi quel che costi, incurante di ostacoli e conseguenze. Purtroppo la resa del personaggio è quanto di più banale ci si possa aspettare, penalizzata da una caratterizzazione pressapochista e da un'interpretazione della Lawrence svogliata e deleteria (forse la peggiore della sua carriera), giocata tutta su smorfie e sguardi languidi che vanificano qualsiasi spessore psicologico.

Un melodramma fiacco che gira a vuoto, sfiorando senza mai approfondire temi come l'emancipazione femminile o l'arrivismo sfrenato che si lega al nascente capitalismo dell'America pre grande depressione, affidandosi ad un sentimentalismo annacquato e povero di idee. Su tutto aleggia un senso di indolenza realizzativa e di sostanziale impotenza: la narrazione procede confusa e zoppicante e non sono riscontrabili elementi in grado di riscattare il piattume dilagante percepibile da una regia a dir poco sciatta e monotona, da una recitazione costantemente inadeguata e sotto tono e da una sceneggiatura attenta alla cura delle scene madri ma non alla creazione di una progressione drammaturgica che riesca a rivitalizzare un racconto sterile e noioso.

Una folle passione è la stesi inerme in un limbo di mediocrità cinematografica: il film della Bier non è mai veramente brutto, fastidioso o involontariamente ridicolo come si poteva temere alla vigilia, ma è semplicemente inconsistente e inutile, schiavo di una pochezza che non riesce a scrollarsi di dosso per i suoi 110 minuti di durata, autocondannandosi all'oblio.

Voto:1,5/4

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