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Clint Eastwood   Jersey Boys  

jerseyboysCon il biopic Eastwood è sempre andato piuttosto d’accordo e non occorre dire del suo rapporto privilegiato con la musica: tuttavia alla notizia che il vecchio leone di Hollywood si sarebbe cimentato in una versione cinematografica del celeberrimo musical Jersey Boys, da più parti si è storto il naso. La materia piuttosto frivola rispetto alle tematiche solitamente trattate da Eastwood e il fatto che inizialmente il progetto avrebbe dovuto essere affidato a quel gigione di Jon Le Favreau facevano pensare a un grosso rischio. E in effetti il risultato finale è piuttosto deludente, anche se meno di quanto si sarebbe potuto pensare.

 La storia di Frankie Castelluccio, in arte Valli, e dei suoi Four Seasons si muove ai margini di una New York primi anni Sessanta che sembra uscita da un film di Scorsese: nulla da dire sulla perfetta ricostruzione storica, materia in cui Eastwood è sempre riuscito ad eccellere. Grande cura e ricerca formale anche nella fotografia, altro fiore all’occhiello della cinematografia eastwoodiana. Tutto il resto, invece, vacilla pericolosamente. A partire dalla scelta degli interpreti, gli stessi del musical: bravissimi a cantare e a muoversi sul palco, un po’ meno brillanti quando si tratta di recitare davanti alla cinepresa. In particolare, il protagonista John Lloyd Young, talmente poco credibile come diciassettenne all’inizio della pellicola da sfiorare il ridicolo, dà vita a un personaggio lamentoso e patetico che poco incontra le simpatie dello spettatore. Nel cast spicca solo Christopher Walken nei panni del mafioso Gyp DeCarlo: sempre un gran piacere vederlo in scena.

La scelta di far parlare i membri della band in macchina, raccontando al pubblico un pezzo di storia ciascuno, sarebbe stata azzeccata se si fossero presentati diversi punti di vista sulla vicenda, ma Eastwood si limita ad affidare a ogni “Jersey Boy” un segmento di narrazione, senza sovrapporli e scadendo in un espediente banale.
Per il resto, ci si limita a un biopic senza particolari guizzi, dove alla storia dei ragazzi sul palcoscenico si intrecciano l’onnipresente ambiente del “vecchio quartiere” italoamericano descritto come da tradizione, tra mafia e piatti monumentali di spaghetti, i problemi finanziari, la vita sregolata delle rockstar e i contrasti interni tra i membri. Poche battute felici regalano un po’ di sollievo a una costruzione eccessivamente lunga anche se piuttosto ritmata. Il tanto paventato musical non si manifesta, se non nei titoli di coda: per il resto, vengono documentate solo alcune esibizioni dei Four Seasons dal vivo e in TV.


Note dolenti: il trucco - dopo la pessima prova del pur interessante J. Edgar (2011), Eastwood sceglie di nuovo la strada quasi amatoriale per invecchiare i quattro musicisti, sfiorando l’effetto grottesco - e un doppiaggio inverecondo, a causa del quale i personaggi italoamericani ogni tanto si ricordano di infilare parole dialettali e utilizzare una pietosa cadenza meridionale che fa tanto anni Ottanta.
Un Eastwood di cui non si sentiva certo la mancanza, presto dimenticato e lontano anni luce dai fasti di Bird (1988).

 

Voto: 2/4

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