Maps-to-the-stars-teaser-posterPiù che alle storie di Don DeLillo (già fonte di ispirazione per il precedente Cosmopolis) o di James Ellroy, Maps To The Stars rimanda mirabilmente ai vaporosi universi creati dall’autrice britannica Jackie Collins in romanzi come Seta e diamanti. Il film di David Cronenberg, chiaramente, ne rappresenta una deriva iperbolica e malata: ma negli intrecci del plot, che scannerizzano e distruggono gradualmente i già precari equilibri di una attrice un po’ agée (Julianne Moore) e di una famiglia composta da padre santone (John Cusack), madre apparentemente  inflessibile (Olivia Williams) e child star tredicenne (Evan Bird), si intravede una goduta superficialità che non disturba e che rende formidabile la prima parte del film. I due nuclei sono accomunati dalla presenza disturbante del personaggio interpretato da Mia Wasikowska (figlia disconosciuta della coppia e assistente della diva), dalla residenza in quello che è forse il posto meno attraente di sempre – Hollywood - e dalla visione di spettri legati al passato, che famelicamente divorano ogni loro residuo di serenità.

 

L’ambizione più grande di Maps To The Stars, canonizzata nella sua seconda parte, è il perseguimento di una dialettica circolare francamente riduttiva, applicata alla trama e – di conseguenza – all’assetto ideale e immaginifico del film, che scalda fragorosamente i motori, ma finisce per limitarsi a chiudere in maniera quasi programmatica i cerchi sezionati in origine, affiancandoli ad alibi convenzionali, come flatulenze, voraci incontri sessuali, o estreme banalità nel tratteggiare egoismi e individualismi in seno a personaggi che avrebbero avuto tutte le carte in regola per essere grandi e che invece restano spesso avviluppati nella caricatura, nonostante – ci teniamo a ripeterlo – un incredibile inizio.  Ed è un peccato, perché Cronenberg rievoca i fuochi della rigenerazione, ma li limita a occludere voragini che avrebbero fatto meglio a rimanere desolate e vuote, aperte a un’infinità di interpretazioni e rappresentazioni, così come in fondo accade con la natura stessa di Hollywood.

Cronenberg avrebbe potuto farne il Viale del Tramonto sgangherato e grandguignolesco dei nostri tempi, una controreplica – magari più schematica e meno selvaggia, ma ideologicamente diversa – di quello che forse rimane l’unico, grande paradigma su Hollywood girato in tempi recenti, Mulholland Drive.  Cronenberg, però, preferisce volare basso, dare risposte, chiudere le storie, proteggere i suoi obiettivi. Peggio per lui, e forse anche per noi. 

 

Voto: 2,5/4

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