locandina-GraceDiciamolo subito, a scanso di equivoci, facendo finta che non lo sapessimo già: Grace di Monaco, proiezione d’apertura all’edizione numero 67 del Festival di Cannes, è un film in larga parte prevedibile, assolutamente manierato nelle sue pose glamour, né più né meno di ciò che ci si potrebbe aspettare da un’operazione del genere. Confezione impeccabile, paillettata ma senza stonare con l’eccesso di lustrini. Sorretta, si fa per dire, da una raffinatezza di sola facciata, che può contare solo sui molteplici tentativi di abbagliare lo spettatori con svolazzi vari, non tutti a dire il vero perfettamente a segno. Un prodotto del quale non si fatica più di tanto ad immaginare le coordinate base, sommando i fattori e facendo due più due. Il problema, in casi come questi, sta nel manico di chi si dedica a un racconto con tali caratteristiche, basato su personaggi d’alto lignaggio e sulle loro questioni più private che pubbliche. Molto spesso si predilige un approccio didattico e superficiale, relativo più alla vulgata comunemente diffusa intorno all’icona di turno che ad un reale approfondimento psicologico e, di riflesso, storico, perfino (magari!) storico-politico. Perché le due tipologie di focus, checchè se ne dica o se ne voglia credere, vanno molto spesso a braccetto, con messe a fuoco di carattere naturalmente differente ma il più delle volte complementare.

 

Il film di Olivier Dahan invece fallisce su tutta la linea, schiavo di un calligrafismo da soap patinata che trasforma ogni indugio, anche quello narrativamente e registicamente più fecondo, in vuoto compiacimento per la bella forma priva di cuore e di passione. Un’opera su una principessa attratta dalle sirene del grande schermo ma costretta entro le rigide mura di un principato chiuso al resto del mondo e perfino in rotta con l’esterno, al di là di ogni semplicistica riduzione avallata senza pietà dal film di Dahan, sarebbe andato bene per lo sguardo di una Sofia Coppola, da sempre abile nel trasformare questa materia in qualcosa di più grande e ambizioso, di più tridimensionale ed interessante. In Grace di Monaco si avverte invece sulla propria pelle l’irritazione dovuta a un uso smaliziato e ammiccante del linguaggio cinematografico, come se ci trovassimo dentro a un incrocio dissestato tra la telenovela e lo spot Dior e non avessimo via di fuga, impossibilitati a goderci sia l’uno che l’altro (sarebbe già tanto di guadagnato), condannati a un ibrido tra i due formati piuttosto piatto e sicuramente sbagliato.

Anche la scelta iniziale, un mini piano-sequenza elementare che andrà a completarsi idealmente nel finale, appare ruffiana a livello stilistico e poco motivata, se non all’interno di un preciso discorso sulla sensualità dell’immagine formato supermarket di cui sopra. Lo stesso si può dire dei tanti languidi primi piani o della lettura a mo’ di favola triste di un singolo, travagliato anno di vita di Grace Kelly, divisa tra le seduzioni hitchcockiane e il marito Ranieri. Cannes per altro li vide protagonisti come coppia innamorata, e le polemiche cui ha dato il la la famiglia della defunta principessa (con in prima linea la figlia Stephanie, che ha sconfessato i contenuti dell’opera bollandoli come volgari falsità: il rapporto tra i suoi genitori, in effetti, ne esce a pezzi) lo rendono il film dall’appeal mondano perfetto per un’apertura coi fiocchi. Al di là degli strilli e della glassa, la sostanza però latita e non compie mai quello scarto in più che ne giustificherebbe l’esigenza della trasposizione. Raccontare un mondo vacuo con la stessa elitaria vacuità e vaghezza, si sa, è una presa di coscienza sterile e tautologica, che porta a ben poco e apporta ancor meno. In questo caso neanche, purtroppo, al piacere di sfogliare un album di belle figurine, declassati piuttosto a scialbi figuranti (i vari Hitchcock, Cary Grant, Maria Callas sono bozzetti esili e sfuggenti). Non siamo certo al grado (sotto) zero dell’ultimo film su Lady Diana con Naomi Watts, ma Grace di Monaco è comunque soltanto solfeggio a vuoto, senza una partitura vera capace di affascinare. Figuriamoci di coinvolgere o commuovere.

Voto: 1,5/4

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