locandina-Locke“Bisogna essere forti, non conta cosa pensano gli altri. Guarda e impara.”

Non è sempre necessario ricorrere a temi sensazionalistici o scabrosi (ormai usurati) per scuotere e far riflettere. Lo dimostra Steven Knight, già sceneggiatore per Stephen Frears (Piccoli affari sporchi), Michael Apted (Amazing Grace) e David Cronenberg (La promessa dell’assassino), con Locke, presentato fuori concorso allo scorso Festival di Venezia; protagonista assoluto, un Tom Hardy in stato di grazia, attore ormai affermato e ampiamente apprezzato da critica e pubblico in uno dei suoi ruoli più impegnativi e riusciti.

 

Un uomo, un’auto, un telefono; novanta minuti, nel pressoché completo rispetto delle unità di luogo, tempo e azione (nonostante il film sia stato girato più volte e poi montato scegliendo le sequenze migliori), durante i quali il protagonista, Ivan Locke, vede la propria vita andare in pezzi in nome di ciò che è giusto.

Una magistrale lezione di scrittura, un limpido esempio di cinema originale e spiazzante: Knight, grazie ad una sceneggiatura sublime che arriva diretta al cuore dello spettatore senza perdersi in inutili fronzoli, riesce a rendere l’angoscia di un personaggio posto di fronte ad una scelta morale, impegnato a riscattarsi da un passato scomodo, da un padre assente, a “ripulire” il nome, a terminare ciò che ha iniziato perché “così deve essere. Ho sbagliato e devo far fronte alle conseguenze di ciò che ho fatto”, perseguendo l’obiettivo con implacabile ostinazione. Nonostante i rischi di uno script così estremo, il ritmo non cala e mantiene costante una tensione che cresce parallela a quella del protagonista.

Tom Hardy, dopo aver stupito in Bronson di Nicolas Winding Refn e in Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno di Christopher Nolan, sbalordisce regalando un’interpretazione a dir poco strepitosa che colpisce nel segno.

Voto: 3/4

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