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Locandina Nymphomaniac Vol. IIQuando Lars von Trier fa un film, il film è non solo sul soggetto del caso ma anche, in un certo senso, un film su Lars von Trier stesso. Sarà il personaggio ingombrante ed energico che fa discutere chiunque, che una volta a Cannes vince la Palma e la volta dopo viene cacciato dal festival, che è tra i fondatori del manifesto di Dogma 95 ma della cui filmografia solo un lavoro rispecchia “il Dogma” (Idioti), che più di altri autori separa radicalmente chi ama il suo film da chi lo odia. E’ frequentissimo ad anzi quasi naturale che tutti i fan del regista, e non solo i suoi fan, siano discordi, c’è chi ama il suo ultimo film ma odia il precedente, e viceversa.

 

Con tutte queste scoppiettanti premesse, Lars von Trier si è presentato a Berlino lo scorso febbraio 2014 (a quasi tre anni di distanza dal suo ultimo festival, la celebre edizione di Cannes che lo bollò come “persona non grata”) per mostrare a un famelico mix di pubblico la sua ultima creatura: Nymphomaniac: Vol. I, in versione integrale e non censura. Ma non è di questo che parleremo oggi. No, perché la prima parte è (per così dire) “acqua passata”, mentre arriva ora in sala il capitolo conclusivo, Nymphomaniac: Vol. II. Chi scrive ha visto la prima parte a Berlino in versione integra e la seconda parte in Italia in versione ridotta, che si attesta comunque su quasi due ore e mezza. Per quanto sia auspicabile una visione del film nella sua forma integra, questi tagli vengono fatti da sempre, riguardano esigenze produttive e distributive, non per niente di molti film vengono in seguito divulgate anche edizioni come la director’s cut per i puristi o per chi vuole avvicinarsi maggiormente al film com’era stato concepito dal regista. I tagli di Nymphomaniac hanno fatto particolarmente discutere perché il film è un insieme di flashback narrati da Joe (Charlotte Gainsbourgh), una ninfomane, e le cesoie dei produttori vanno a tagliare sui primissimi piani più pruriginosi. Ma ciò non significa che saremo davanti a una teen comedy, anzi! Qualche cunni lingus in meno ad occupare la totalità dello schermo e un film più breve, ma sempre di alto livello.

Lars von Trier non si smentisce: se la prima parte era più ironica e più spiccatamente dedicata alla crescita e all’adolescenza, il secondo volume appare molto più ponderato, il cupo riflesso di una ninfomane con i suoi anni sulle spalle e parecchia brutalità a cui non sapere come guardare. Le due facce della medaglia sono i due narratori del tempo presente: Joe (la Gainsbourgh), la protagonista che narra il proprio tortuoso tunnel di ninfomania, cui fa da contrappunto Seligman (Stellan Skarsgård), commentatore educato e sapiente, una sorta di “asessuato”, in netta contrapposizione alla compagna. Svanisce la Stacy Martin che impersonava la Joe più giovane: il secondo volume è il volume della “maturità”, degli enta e poi degli anta, in cui la ninfomania sfonda i propri confini e mostra i caratteri letali. Il secondo volume è più sofferente (mentalmente e fisicamente), le voci narranti restano ironiche (il primo capitolo si chiama “The Eastern and the Western Church”, ma dato che suona monotono Joe aggiunge un sottotitolo curioso: “The Silent Duck”), d’altra parte è la materia narrata a farsi più cupa e conflittuale, con note crescenti di masochismo, lesionismo, crimine e manipolazione. Il climax crescente è tutt’attorno ai lividi con cui Joe è stata trovata per strada da Seligman, e ai brevi sprazzi di anticipazione disseminati nel corso del film. Ma per quanto ogni film di von Trier possa cupo, oscuro, ritratto di un’interiorità tragica, ci sarà sempre quell’albero curvo sul roccione che ci ricorderà la nostra forza o quel raggio di sole sul muro di un palazzo che ci dona fiducia.

 

Voto: 3,5/4

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