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La sedia della felicitàLa sedia della felicità: le aspettative erano medie. Senza fraintendimenti: la filmografia del compianto Mazzacurati è sempre stata, per il sottoscritto, una variopinta e felice variazione – anche quando racconta storie amare, ed eccome se le racconta… - a certo cinema italiano autoreferenziale, torvo e mai allegro.

Le riserve nutrite erano alla scelta del cast: nulla da eccepire sul talento di Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese e Giuseppe Battiston, ma perché non cambiare – ogni tanto – parco d’interpreti? Si rischia di trovarsi davanti ad attori che sono costanti protagonisti di due o tre film all’anno, generando problemi di sovraesposizione che certamente non aiutano i film e non creano legami effettivi con il pubblico (a meno che tu non ti chiami Margherita Buy e sei riuscita a diventare l’attrice simbolo del tuo cinema nazionale per più di vent’anni).

 

Non è di questo, però, che siamo invitati a parlare. La sedia della felicità rappresenta, per Carlo Mazzacurati, il modo più garbato e raffinato per dare l’ultimo addio al mondo terreno e a quello filmico. Attenzione: la commedia non è di certo eclatante, ma racconta una storia bizzarra al punto giusto (quella di una simpatica estetista, un tatuatore timido e un prete sui generis alla ricerca di un tesoro cucito dentro una sedia misteriosa e introvabile) e la conduce sino all’epilogo in maniera organica, lieve e delicata. Sullo sfondo, un’ovattata provincia veneta che investe le inclinazioni e le scanzonate frustrazioni dei suoi protagonisti. La sedia della felicità, amarezze di provincia a parte, è però corale e felice, mai programmatico e ordinariamente dolce: come le vette alpine in cui la storia si conclude. Stralunata e malinconicamente ricca, l’opera di Mazzacurati è l’esempio di come si possa ragionare ancora sulla commedia senza scadere nella sciatteria che certa metodologia ormai impone; l’autore di La giusta distanza dimostra di essere stato uno dei pochi a tratteggiare con impareggiabile profondità ogni mutamento della società «del ventre molle», di quelle classi sociali che spesso al cinema non sono raccontate da nessuno, e che però si trasformano giorno dopo giorno, ambizione dopo ambizione, delusione dopo delusione. Ottima la direzione d’attori: non solo i tre protagonisti, che fugano ogni perplessità iniziale – sebbene persista il problema del ricambio di facce nel cinema italiano - ma anche il reparto caratteristi offre insperate sorprese. Al mestiere di Milena Vukotic, Antonio Albanese, Roberto Citran, Natalino Balasso, Maria Paiato, Marco Marzocca, Silvio Orlando, Lucia Mascino e Fabrizio Bentivoglio rispondono la sorprendente prova di Raul Cremona (nei panni di un prestigiatore che avrebbe fatto impazzire più di un cineasta tre ventenni fa) e quelle di Katia Ricciarelli – che appare in un cameo iniziale in avvio al film – e soprattutto Giusy Zenere, fisicamente vicina agli universi almodovariani, spigolosa, goffa eppure sensualissima. Appare per poco ma ruba la scena a tutti. Uno come Mazzacurati non nasce sempre: e ci mancherà.

 

Voto: 2,5/4

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