yves-saint-laurentLe mode passano, lo stile è eterno”.

 

Compito non facile quello di realizzare una pellicola biografica capace di portare sullo schermo le innumerevoli sfaccettature della personalità di un’icona del XX° secolo, attraverso un’accurata rievocazione d’epoca che sappia mettere in luce pubblico e privato. Impresa ardua, per non dire titanica, se dietro la macchina da presa c’è un regista e sceneggiatore impegnato nella sua prima opera di rilevanza internazionale. Con la tendenza a mostrare piuttosto che suggerire, la mise en scène del parigino Jalil Lespert (classe 1976) non riesce a valorizzare con adeguata personalità la classe, l’estro creativo, la genialità assoluta del celebre stilista francese Yves Saint Laurent (1936-2008), uomo fragile e vulnerabile prima ancora che maestro dell’haute couture capace di imporre un inedito ideale di donna dominante e di intersecare moda e Arte in collezioni entrate nella storia.

 Parigi, 1957. Yves Saint Laurent (Pierre Niney), appena ventunenne, viene inaspettatamente nominato responsabile della grande casa di moda creata da Christian Dior, da poco scomparso. Costretto a sopportare il peso della celebrità fin da giovanissimo, lo stilista franco-algerino troverà in Pierre Bergé (Guillaume Gallienne) un insostituibile manager nonché un fedele compagno per tutta la vita in grado di sopportare i suoi eccessi. Tre anni dopo il loro incontro, i due daranno vita ad una delle griffe più celebri ed influenti nel mondo della moda.

 Realizzato grazie al consenso e alla supervisione di Pierre Bergé, il quale ha invece rinnegato la pellicola Saint Laurent con Gaspard Ulliel, Léa Seydoux, Louis Garrel e Jérémie Renier, in uscita a fine anno, il film è un biopic convenzionale travestito da storia d’amour fou che rivela subito uno stampo televisivo privo di un profondo respiro cinematografico. La sceneggiatura, modificata undici volte prima dell’inizio delle riprese, nel suo tentativo di approfondire la relazione tra Saint Laurent e Bergé, legati da un rapporto giustamente accostato a quello tra Mozart e Salieri, finisce per ridurre ad una passerella di luoghi comuni la riflessione sul successo e la solitudine di un uomo in cui convivevano dirompente creatività artistica, profonda malinconia e desiderio di evasione. Quello che poteva essere un accattivante omaggio vintage ad un artista che ha consumato un’esistenza dissoluta intrisa di moda e arte tra le mura delle sue sontuose residenze, come un eroe decadente, risulta invece essere un lungo defilet di immagini patinate autoreferenziali, che trova un’efficace dimensione artistica solo grazie alla raffinata citazione delle celebri swimming pools di David Hockney e, nel sottofinale, attraverso la messa in scena della storica Russian Ballet Collection (1976) sulle note della struggente aria Ebben? Ne andrò lontana cantata da Maria Callas,tratta dall’atto I de La Wally di Alfredo Catalani.

 L’impiego dei costumi originali d’epoca e la possibilità di girare nelle vere location (lo studio di Parigi, la residenza in Marocco, l’Hotel Intercontinental dove Saint Laurent organizzava le sue sfilate due volte l’anno), non bastano a restituire fascino ad un film senz’anima. Le estetizzanti accensioni di colore e il rigore formale di Tom Ford, in quella che è (per ora) la sua unica prova da regista, sono lontani anni luce. Tutto scorre senza lasciare traccia, in una pellicola in cui la superficialità diventa limite strutturale.

 Peccato.

 Voto: 1,5/4

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