Ci sono film fatti per il grande pubblico, che pensano a come sfruttarne gusti ed esigenze con il chiaro scopo di conquistare il botteghino. E ci sono film fatti dall’autore per l’autore stesso, che non si pongono come obiettivo il favore delle masse ma il riconoscimento estetico e che spesso si rivelano esercizi autoreferenziali. Due categorie ugualmente rispettabili, ovviamente.

Ma esistono, altresì, dei film, fatti più con il cuore che con la testa, il cui scopo trascende la dimensione cinematografica stessa. Diaz è uno di questi. Ecco perché vale la pena di riparlarne, specie ora che, grazie a una delle poche manovre distributive intelligenti viste in Italia da molti anni a questa parte, il film è tornato nelle sale in seguito alla sentenza della Cassazione, che ha confermato le condanne per i responsabili delle violenze del luglio 2001.

 

 

 

Il film, come si sa, è incentrato sui fin troppo noti fatti del G8 di Genova e in particolare sul drammatico episodio della scuola Diaz, quando reparti della Polizia e dei Carabinieri abusarono dei propri poteri arrestando decine di giovani manifestanti che utilizzavano l’edificio come dormitorio, dopo averlo sgomberato con un uso massiccio della violenza (circa 60 i feriti), e portando così Amnesty International a parlare della “più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.

Al di là delle inevitabili polemiche che una pellicola del genere si è portata dietro (l’imbarazzante silenzio forzato da parte delle forze dell’ordine, le critiche di alcuni dei protagonisti di quei giorni) e per quanto l’elaborazione del lutto sia un processo ancora difficile da digerire, vista la vicinanza cronologica degli eventi, va davvero riconosciuta la nobiltà d’intenti dei realizzatori. Non solo Diaz si situa in una stagione di rinascita del cinema civile, insieme a Romanzo di una strage e ACAB (purtroppo non abbastanza apprezzata dal grande pubblico per essere certi che la tendenza farà scuola), ma la sua gestazione è stata davvero faticosa: fortissimamente voluto dal regista Daniele Vicari e dal produttore Domenico Procacci, il film non ha avuto l’appoggio di grandi case italiane (Rai Cinema si è guardata bene dall’investire nel prodotto) e ha dovuto cercare i finanziamenti in Francia e Romania. Il digitale ha permesso di ricostruire alcuni sfondi, dal momento che la maggior parte del film non è stata girata a Genova. A dirla tutta, la stessa Fandango ha scelto di uscire dai suoi canoni consueti e produrre una commedia di sicuro incasso come Qualunquemente, proprio per fare Diaz: vogliamo il pane ma anche le rose, si potrebbe dire.

Se tutto questo non bastasse a farvi venire la voglia di vederlo o rivederlo, vi diciamo inoltre che l’opera n. 6 di Vicari (Velocità massima, Il passato è una terra straniera) è decisamente un buon film. Né inutilmente cronachistico, né arzigogolato, con un impianto da cinema vérité (Bloody Sunday di Greengrass potrebbe esserne il modello) che non ne altera la natura di film di genere. Il ritmo è incalzante e l’interessante idea di un racconto destrutturato dal punto di vista temporale (segno questo, invece, di una precisa coscienza autoriale) non compromette la comprensibilità da parte dello spettatore. A rivelarsi particolarmente azzeccata è poi la scelta della coralità e del multilinguismo, anche perché c’è sinergia tra la recitazione dei giovani attori stranieri, dei tanti e bravi caratteristi e degli ottimi Claudio Santamaria, Alessandro Roja ed Elio Germano.

Ma, fatte le debite considerazioni critiche, chiariamo con altrettanta convinzione che la visione di Diaz non è facile, né lascia indifferenti. Al di là delle prese di posizione ideologiche, della personale abitudine alla violenza sul grande schermo e dei possibili discorsi cinefili (certe sequenze ricordano addirittura Hunger, il che, da un punto di vista storico-politico, è tutt’altro che rassicurante), è un film che sconvolge, disturba, riapre ferite non rimarginate o ne crea di nuove. Perché possiamo sentirne parlare dai telegiornali o da chi c’era, ma vedere gli orrori della Diaz e della caserma di Bolzaneto con i nostri occhi è davvero agghiacciante e la finzione rende la realtà paradossalmente ancora più realistica. Ma, in fondo, non sta proprio in questo il valore del cinema?

 

 

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