her-la-locandina-del-film-282425Lei ha nettamente diviso la nostra redazione. Per questo vi proponiamo due recensioni, differenti nel giudizio.

 

Spike Jonze la brillantezza, Spike Jonze l'intelligenza. Nel nuovo film del regista de Il ladro di orchidee, dopo la parentesi solo in apparenza estranea e spiazzante rispetto al suo stile di Nel paese delle creature selvagge, queste due qualità si respirano in quantità industriale.

Il merito è soprattutto di una scrittura di grazia e freschezza sopraffine che dimostra l'eccellente qualità della penna di Jonze, il cui sguardo è qui sgravato da ogni influenza a lui esterna, dall'arzigogolato e tormentato aplomb cervellotico di Charlie Kaufman. Trionfa allora la delicatezza, il brio sarcastico di un'effervescenza romantica che sa divertire con un mix efficace di semplicità e raffinatezza, sposando l'arietta da commedia sofisticata alla '' grevità'' irriverente - giusto per fare un esempio - di un robottino sboccato e parolacciao con cui il protagonista interagisce in sede virtuale.

 

Lui, Theodore Twombly, interpretato da un Joaquin Phoenix misurato e nostalgico, che dopo la fine del suo matrimonio si ritrova ad instaurare un rapporto sempre più profondo con la voce femminile del suo pc, si porta addosso l'aura immalinconita di una storia che muove da questa premessa surreale per andare oltre i tempi comici comunque perfetti della commedia romantica di vocazione fantascientifica. Tuffandosi così fin da subito nell'anacronistica incorporeità dei sentimenti umani, in un amore non carnale che può nascere anche dalla vibrazione tentennante di una corda vocale o da un'inflessione piuttosto che un'altra. Lei ci parla allora la lingua di un romanticismo meravigliosamente disincarnato, che permea i chip e dà loro vita e colore, nonché dei meravigliosi lampi di luce non inferiori a quelli della fotografia dell'immenso Hoyte van Hoytema, di fatto un elemento espressivo aggiunto che pervade le immagini del film e ne radicalizza il biancore perlaceo e la forza visiva.

Jonze, proprio come l'artista Twombly che del protagonista di Lei è (casualmente?) omonimo oscilla tra la forma curata nei minimi dettagli della pittura e l'immediatezza più estemporanea ma non per questo meno rigogliosa del disegno: tratteggia i personaggi in modo encomiabile anche quando sembra lasciarli volutamente un po' più abbozzati, sospinto da un'ansia comunicativa che muove dal linguaggio verbale per stabilire affinità, mondi umani ed emotivi, categorie del pensiero e dell'innamoramento ancor prima che del comportamento.

Jonze ha il merito di non riflettere sui postumi dell'alienazione dei rapporti 2.0, di affidarsi a un salutare disimpegno che gli permette di mirare allo stesso tempo più in alto, a una scontatezza meno banale e intellettualistica, lontana da tematiche abusate e telefonate. Evoca il calore della complicità abbattendo le barriere dell'assenza e fa pulsare di sfumature le parole di Scarlett Johansson, di una sensualità che non ti aspetteresti mai da un Sistema Operativo. Racconta di due solitudini avvicinando dei modi di pensare in gran parte diversificati, e poco importa se uno abbia un corpo effettivo e l'altro sia invece pensiero dotato di affettività ma immateriale e fluttuante, imprigionato nell'angusta iperfunzionalità di un computer. La polarità che li lega è una chimica che supera la fisica e la logica per abbracciare l'onda anomala di un'intima connessione esistenziale, identificando nella reciproca incompletezza la ragione profonda per scrutarsi e forse amarsi, senza vedere e senza essere visti.

Davide Stanzione

Voto: 3,5/4

 

Il cinema di Spike Jonze è un cinema antipatico. Con la sua regia videoclippara, i suoi personaggi pop, le sue pretese di autorialità malriposte, sembra sempre guardare lo spettatore con il sopracciglio alzato e il ghigno di chi, ostentando sicumera, è certo di aver fatto un ottimo lavoro. Guardare un suo film è come entrare in una di quelle hamburgherie hipster che vanno tanto di moda nella Milano odierna: è tutto colorato, minimal, pulito, politically correct, l’hamburger rigorosamente bio viene servito in un piatto di ceramica vintage e la bibita, anch’essa bio, in un barattolo della marmellata vecchio stile. Tutto bello e buono, ma si rimpiange l’autenticità delle cartacce unte e dei bicchieroni di plastica, delle bottiglione di salsa in formato maxi e del formaggio colante. Insomma: dov’è la sostanza?

Con Lei Jonze si conferma un regista buono per i cortometraggi ma incapace di tenere le lunghe distanze senza annoiare e innervosire lo spettatore: mette insieme una storiellina esile e affatto originale che avrebbe potuto forse funzionare per quindici minuti al massimo, non certo per due ore. Tralasciando il fatto che il tema della donna perfetta costruita su misura è leggermente abusato (La donna esplosiva è del 1985 e sviscera l’argomento in modo assai più divertente), ma sempre più nuovo dell’annosa questione del rapporto uomo-macchina, Jonze confeziona una sequela di luoghi comuni e situazioni già straviste tenute insieme da interminabili sequenze di immagini ridanciane accompagnate da musica cool.

Joaquin Phoenix è Theodore, single timido e introverso che per lavoro scrive lettere, principalmente d’amore per conto di altri, e già queste premesse ci conducono di gran carriera sul scivoloso pendio della retorica da cioccolatini. Lasciato dalla moglie (Rooney Mara, così incolore da risultare invisibile) per cause che restano poco esplicitate, si innamora del proprio sistema operativo interattivo, l’intelligenza artificiale Samantha, doppiata nell’originale dalla molto roca Scarlett Johansson. Lo stomachevole idillio tra i due, rappresentato da Phoenix che piroetta nel mondo felice parlando con l’auricolare a Samantha, che tutto vede con il suo occhio bionico installato sullo schermo dello smartphone, occupa la parte centrale dell’opera sfinendo lo spettatore a suon di gite fuoriporta e battutine brillanti.

Phoenix fa quello che può, cercando di reggere da solo sulle spalle il film, supportato solo dalle fugaci apparizioni di Amy Adams nei panni della solita amica-consigliera che forse, un giorno, chissà, ma non può fare miracoli contro la sceneggiatura sfilacciata, infarcita di luoghi comuni sul reale-virtuale e soprattutto contro la regia hipster di Jonze, con le sue colonne sonore à la page e i suoi tentativi di poetare. Il suo personaggio di loser non intenerisce mai e anzi appare veramente troppo sfigato per essere vero. Un imbarazzante tentativo di rappresentare i rapporti sessuali tra Theodore e il software Samantha, ai limiti dell’immoralità, e un finale consolatorio verso l’alba di un nuovo giorno sono le gocce che fanno traboccare il vaso.

Tuttavia Jonze, da furbastro qual è, riesce sempre a fregare buona parte di pubblico e critica: si è portato a casa l’Oscar per miglior sceneggiatura originale con un filmetto ammiccante e borioso che di originale non ha proprio niente.

Camilla Maccaferri

Voto: 1,5/4

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