Locandina TIRTrionfatore a sorpresa all’ottava edizione del Festival internazionale del Film di Roma, Tir di Alberto Fasulo arriva nelle sale.

Un non documentario (come è stato erroneamente spacciato, anche come sorta di “risposta” romana al Sacro Gra Leone d’Oro a Venezia) che racconta la storia di Branko, un ex professore di Rijeka, che da qualche mese è diventato camionista per un’azienda italiana. Una scelta più che comprensibile, in quanto il lavoro da autista gli frutta il triplo rispetto al suo vecchio stipendio da insegnante. La monotonia delle sue giornate e il suo vagare in solitaria per le strade del nord Italia e del nord Europa vengono interrotte esclusivamente da poche telefonate (alla centrale operativa, al figlio, alla moglie) e ancor meno soste rifocillanti, il tutto corredato da problemi di lavoro, discussioni sindacali e rimpianti per sogni e ambizioni che sembrano essere definitivamente tramontati.

“Il lavoro non nobilita più l’uomo, ma lo umilia”: questo è l’assunto di base intorno a cui ruota la costruzione filmica di Alberto Fasulo. La buona volontà con cui il protagonista Branko si impegna per adempiere al proprio dovere non è sufficiente per compensare lo stanco ripetersi di ritualità lavorative che portano ad una progressiva spersonalizzazione, ad una consapevole e inevitabile alienazione, ad uno smarrimento senza via d’uscita.

 

Fasulo piazza la sua macchina da presa letteralmente addosso al suo protagonista e lo segue nei suoi rarissimi movimenti e nelle sue brevissime escursioni all’esterno. Tir è, infatti, prevalentemente girato all’interno della cabina di pilotaggio del camion, luogo di lavoro e casa per Branko che qui mangia, dorme, discute con i suoi capi e con la moglie, oltre a guidare per svariate ore verso una metà sempre diversa ma sempre uguale nel suo essere transitoria tappa di un percorso destinato a ripetersi all’infinito.

La macchina da presa di Fasulo (posizionata per la maggior parte del tempo al posto del passeggero, di fianco a Branko), quindi, registra in tempo reale l’avvilimento di un uomo che persiste nello svolgere un compito senza sbocchi, svolto per innato senso del dovere ma privato quasi completamente di qualsiasi prospettiva di umanità e dignità.

Ma Tir è un film che funziona quasi esclusivamente di testa e i suoi pure interessanti spunti teorici non trovano un adeguato e funzionale corrispettivo filmico. Non basta, infatti, piazzare la macchina da presa e attendere che la realtà accada per raccontare in maniera convincente la mesta parabola di un uomo sospeso tra il suo senso di responsabilità e un lavoro umiliante.

Le buone intenzioni ci sono tutte, ma a mancare clamorosamente è il cinema nel film di Fasulo. Tir si configura quindi come un insieme di momenti di vita cui manca un vero e proprio collante: il senso dell’operazione appare chiaro fin dalle prime battute, ma la natura episodica della narrazione si ripete sempre uguale a se stessa, accumulando situazioni e scene prive della benché minima forza drammatica.

Piccoli momenti di vita si susseguono ma non aggiungono nulla all’idea di fondo (“Il lavoro non nobilita più l’uomo, ma lo umilia”), ci raccontano alcuni aspetti della personalità di Branko e della sua storia pregressa in maniera del tutto anonima (le telefonate con la moglie riprese con lunghissimi piani sequenza statici), rendendo assai difficoltosa qualsiasi forma di immedesimazione e di interesse per il protagonista e le sue vicende. Una staticità formale cui fa seguito una staticità emozionale.

Fasulo punta all’affresco sociale ma ne esce solo una carrellata di bozzetti, di primi e mezzi primi piani che tanto assomigliano a quadri a se stanti che narrativamente non dialogano tra loro, di attimi autoconclusivi incapaci di suscitare empatia e di frenare la noia che minuto dopo minuto cresce inesorabile.

 

Voto: 2/4

 

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