Al fin giunse: con quasi due anni di ritardo dalla presentazione al Telluride Film Festival 2010, arriva nelle nostre sale The Way Back, l’ultima fatica del grande regista australiano Peter Weir.

In molti l’avevano già dato per un titolo disperso, che mai avrebbe visto il buio dei cinema nostrani: ma, un po’ come i protagonisti stessi della pellicola, dopo un lungo percorso che ha toccato decine di tappe in tutto il mondo, sorprendentemente, anche l’ultima meta (in questo caso la sempre meno battuta Italia) è stata raggiunta.

Ispirato alle memorie di Slawomir Rawicz, The Way Back, ambientato tra il 1939 e il 1942, racconta la fuga di un gruppo di prigionieri da un gulag sovietico: privi di cibo e di un adeguato equipaggiamento, si avventureranno in un viaggio che riserverà loro difficoltà e tragedie inimmaginabili. Dal gelo siberiano al caldo torrido del deserto dei Gobi, il gruppo (sempre meno nutrito col passare dei giorni) camminerà per oltre 6.000 kilometri, fino ad attraversare le cime del Nepal e giungere in India.

 

 

 

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Come spesso è avvenuto nel corso della sua carriera, basti pensare a Picnic ad Hanging Rock del 1975 o al più recente Master & Commander del 2003, Weir concentra le sue forze nel rendere il paesaggio circostante affascinante e minaccioso al tempo stesso, piuttosto che focalizzarsi sulla ricostruzione storica del periodo di riferimento.

D’altronde poco importa, per il regista e il suo pubblico, se dialoghi e, alcuni, rapporti interpersonali siano poco credibili per l’epoca e la situazione in cui il film è ambientato: Weir è interessato (unicamente?) a trasmettere quel sublime ambientale in cui gli uomini si sentano schiacciati e privi di quel controllo a cui tendono sempre più nel mondo contemporaneo.

Tra i suoi meriti anche quello di aver diretto un cast in ottima forma: da Jim Sturgess a Colin Farrell, passando per una sempre più promettente Saoirse Ronan, fino ad arrivare a un monumentale Ed Harris.

Bisogna comunque ammettere che, tra i vari pregi, in questo caso, il lavoro dell'autore australiano, anche a causa di una sceneggiatura spesso ridondante, appare più macchinoso del solito, ma nonostante questo, dopo una carriera quarantennale, si dimostra ancora totalmente coerente a quell’idea di cinema che ha portato avanti per tutta la vita. Proprio come il Jim Carrey di The Truman Show, altro titolo tra i più rappresentativi e importanti della poetica del regista, anche i protagonisti di The Way Back sono esseri umani, sperduti e spesso impotenti, chiamati a lottare con tutte le forze a disposizione per salvarsi e trovare un proprio posto nel mondo. O quantomeno, un po’ come Mel Gibson in Un anno vissuto pericolosamente o Harrison Ford in Witness-Il testimone, illudersi di essere riusciti a trovarlo.

 

 

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