Sono sempre più frequenti i casi di “trasmissione” del mestiere di regista da padre a figlio. Un virus in piena diffusione, come dimostra il recentissimo battesimo di Brandon Cronenberg a Cannes. Dopo Sofia Coppola, durante la Mostra del Cinema di Venezia dello scorso anno è toccato ad un’altra figlia d’arte con un illustre cognome misurarsi con la scena internazionale: Ami Canaan Mann. Superfluo spendere parole o aggettivi sul ceppo paterno della famiglia. E’ invece importante sottolineare l’uscita nelle sale italiane del secondo lungometraggio della cineasta americana, Texas Killing Fields, con il titolo Le paludi della morte. Il film racconta una sanguinosa vicenda di cronaca nera, ispirata ad una serie di omicidi seriali realmente accaduti in Texas, nell’area paludosa dei cosiddetti Killing Fields. E’ questo luogo di morte il protagonista assoluto del film. Una spettrale terra di nessuno in cui la pervasiva presenza del petrolio ha sommerso e cancellato l’intero ecosistema costiero, mentre per anni la minaccia invisibile di un assassino seriale ha affondato indisturbato nell’oblio le vite di decine di giovani donne. Questo plumbeo scenario conferisce al film un tono ed un’atmosfera di sicuro interesse, in cui riecheggiano le memorie di tanto cinema noir statunitense.

 

 

 

 

Le paludi della morte texane sono il luogo dove, spinti da una risacca inarrestabile, riaffiorano gli scheletri dell’intera società americana, come sempre scissa tra perbenismo di facciata e abiezione morale. Una dettagliata geografia del male, corredata da spunti di assoluto realismo forniti dalla collaborazione alla sceneggiatura di Don Ferrarone, ex agente federale nella Federal Law Forces del Texas Meridionale. “Tra la grande quantità di materiale che corredava la sceneggiatura ho trovato una mappa allegata all’articolo di un quotidiano locale. Mostrava i volti delle vittime vicino a dove erano stati trovati i loro corpi. Capelli lisci stile anni ’70, frangette anni ’80, striati alla anni ’90. Decenni di ragazzine che si fanno il trucco e i capelli la mattina del loro ultimo giorno di vita, ignare che l’immagine che vedono allo specchio finirà anni dopo su una mappa delle vittime nelle mie mani. Su quella mappa, sembrano bei volti di fantasmi i cui occhi ti trapassano, alla ricerca di una voce.” Con questa chiara dichiarazione di intenti Ami Canaan Mann ha scelto di presentare il suo film, in cui l’evidente influsso stilistico paterno modella una narrazione e un sentire che in più elementi ricorda la matrice eastwoodiana, e rilegge altri immaginari di celluloide apparentemente più lontani, come il Peter Weir di Picnic ad Hanging Rock o il Nicolas Roeg di Don’t Look Now. Confezionando un film solido ed efficace, senza snaturare il suo codice genetico. Ed in questo caso è senza dubbio un ottimo punto di partenza.

 

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