Il-dittatore-locandinaNota dell'autrice: questa recensione si basa sulla versione in lingua originale del film. L'autrice spera, ma non garantisce, che l'adattamento italiano mantenga intatto lo spirito e i contenuti dell'opera.

 

Sacha Baron Cohen, il cattivo ragazzo ebreo, è di nuovo fra noi. Dopo le numerose apparizioni d'autore (era il barbiere italiano Corelli per Tim Burton in Sweeney Todd e il temibile agente ferroviario per lo Scorsese di Hugo Cabret) torna a far danni con una delle sue esilaranti e minacciose creature.
Per la regia di Larry Charles, al quale aveva già affidato le tragicomiche vicende americane del giornalista kazako Borat e del reporter di moda austriaco Brüno, Cohen dà corpo questa volta al generale Aladeen, una caricatura al vetriolo del dittatore contemporaneo.
 
Sovrano assoluto dell'inesistente Repubblica nordafricana di Wadiya, il generale incarna tutte le caratteristiche tipiche del governante megalomane: impone il culto della propria immagine e della propria persona (sostituendo con “aladeen” gran parte delle parole del dizionario locale, con esilaranti esiti), seduce a pagamento un gran numero di star del cinema (da Megan Fox a Schwarzenegger), dà sfogo a ogni suo capriccio e fa giustiziare chiunque interferisca con il suo cammino. Al suo fianco, nei panni dell'infido zio Tamir, un Ben Kinglsey in splendida forma.

 

 
Abbandonata la cornice del mockumentary (ma non mancano i riferimenti alla contemporaneità mediatica, attraverso i falsi servizi giornalistici dedicati alle sconsiderate gesta di Aladeen, con tanto di minacce da parte di Obama), Cohen, che è anche co-sceneggiatore, costruisce una narrazione di tipo più lineare per raccontare le folli avventure del dittatore in America, terra contraddittoria di grandi speranze per gli stranieri oppressi e di sconfinate paranoie post-11 settembre.
Il suo dittatore, psicotico e infantile come ogni leader assoluto che si rispetti, al cospetto con la schizofrenica civiltà occidentale si rivela più fragile di quanto sembrasse, mostrando un tenero quanto ridicolo lato umano bisognoso di contatti affettuosi e arrivando perfino a rinunciare al suo harem, e al potere, per amore di un'attivista vegana dalle ascelle pelose.
 
Il richiamo all'immortale capolavoro omonimo di Charlie Chaplin è evidente, a partire dal titolo e dalla vicenda, causa di equivoci molto divertenti, del sosia manipolato per scopi politici.
Come sempre, ce n'è per tutti: dalla critica all'ossessione per la sicurezza degli americani, al dileggio dell'estremismo attivista e non manca nemmeno una frecciata a noi italiani (alla richiesta di fermarsi per la notte, Megan Fox in versione escort dichiara di avere un impegno con il nostro Primo Ministro).
Una serie di comparse illustri, da John C. Reilly a un fugace cameo di Edward Norton, completano il cast.
C'è meno trivialità del solito nelle gag di Aladeen e compagni e qualche scivolone verso il comico basso regala comunque parecchie risate, come nella memorabile scena della scoperta dell'onanismo.
E se una redenzione verso il buonismo di Cohen pare in agguato non c'è da preoccuparsi: ci pensa il finale a riportare tutto verso la sana cattiveria.  
 
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