La-mia-vita-e-uno-zoo coverL’idea non era male, una favola certo, ma tratta da una storia vera: due ragazzi perdono la madre, il padre alle prese con tutta le difficoltà che questo comporta trova la via d’uscita comprando uno zoo in chiusura, pieno di bestie esotiche e incantevoli, e tenta di rilanciarlo. Sennonché le aspettative vengono una dopo l’altra disilluse, e forse solo la bellezza degli animali rimane.

Cameron Crowe, regista statunitense e autore di film come Jerry Maguire, sbaglia il tiro nel momento in cui, grossolanamente, crede che possano essere i due occhi acquosi di una tigre e i riccioli di una bambina a tenere in piedi un film che manca quasi completamente di spessore narrativo. La piattezza e la prevedibilità con cui le cose sono raccontate, sebbene il fatto in sé non sia tanto comune, si accoppia all’inconsistenza e alla banalità dei personaggi, tra i tanti esempi: l’adolescente difficile, che – guarda un po’ – riversa in macabri disegni la sua rabbia; il padre Benjamin, Matt Damon, che non riesce a guardare la foto della moglie, con immancabile riflesso accecante dello scatto in contro luce; e poi c’è Kelly, la determinata, bellissima e – ovviamente – single inserviente dello zoo, interpretata da Scarlett Johansson.

 

Per il protagonista si tratta della possibilità di vivere il sogno americano: costruire, o meglio, ricostruire con le proprie mani il proprio destino, ma tutto è troppo puerile, ricattatorio, pubblicitario, come le sequenze che una dopo l’altra si raccolgono verso il finale.

Di storie dove un padri e figli devono affrontare la perdita della madre ne abbiamo già vista una quest’anno; anche lì la natura, più flora che fauna, aveva un ruolo fondamentale nello svolgimento del racconto, ma Paradiso amaro di Payne (2011) non è nemmeno lontanamente avvicinabile a La mia vita è uno zoo, esso è piuttosto l’esempio, per contrario, di ciò che il quest’ultimo poteva essere. Le Hawaii sono lontane da quel mondo, là gli stereotipi venivano smontati per lasciare spazio all’esistenza piena/vuota della perdita; nel film di Crowe tutto viene accantonato per salvare un sogno edulcorato, dove gli animali non sono più in gabbia ma sono comunque rinchiusi in un recinto narrativo molto limitato. È Kelly a correggere Benjamin quando parla di gabbie dicendogli: “non si dice più così, questi sono recinti”, ma la sostanza non cambia, sia per le bestie che per gli attori tutto si risolve nella cattività.

Alla fine, gli “animali” di questo sogno americano vengono catturati dalle maglie dello show business e confinati in una vita preconfezionata secondo regole precise, da mettere in bella mostra per eventuali spettatori. Nulla però è messo in discussione, farlo avrebbe significato per Crowe ammettere di essere egli stesso, in quanto regista, il padrone di uno zoo, un luogo in cui vige, checché se ne dica, un potere coercitivo (non è forse anche questo il senso della provocatoria frase di Hitchcock secondo cui “gli attori vanno trattati come mucche”?). Quest’aspetto dell’essere padrone, e padre, non piace a nessuno, coloro che lo accettano apertamente e lo problematizzano sono grandi autori, i più non hanno coraggio e preferiscono l’idea di una finta libertà in cui ogni cosa è coerente, spiegabile, accettata, ma anche incredibilmente stucchevole.

 

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