04550713Si corre moltissimo nel film di Valérie Donzelli, a perdifiato, per riuscire a narrare un tempo che non aspetta. Romeo, Giulietta e il piccolo Adam sono i protagonisti di un racconto che annuncia già nei tre nomi il loro destino: una storia d’amore e un bimbo che, quasi fosse il primo uomo, si ritrova davanti, all’improvviso, la vita.

Due ragazzi s’incontrano e s’innamorano, scorrazzando per le strade di Parigi come in un film della Nouvelle Vague. Dopo un po’ hanno un figlio, che, intorno ai diciotto mesi, inizia a manifestare strani comportamenti. Le ipotesi angosciate del padre, il rifiuto naturale della madre, la paura che attraversa il tempo sospeso dell’incertezza e poi una partenza in fretta e furia per Marsiglia dove Adam sarà sottoposto a un importante esame, e dove si scoprirà la terribile verità di un tumore al cervello. Da essa, nonostante la corsa disperata di Giulietta tra i corridoi dell’ospedale, non è possibile fuggire: la guerra è dichiarata.

 

 

 

Per momenti brevissimi appaiono sullo schermo le immagini della malattia dentro il corpo del bambino, i fotogrammi degli esami diagnostici immortalano il nemico che colpisce, ma, con un gesto narrativo notevole, essi non rimangono semplici superfici frontali: diventati lame, con un movimento trasversale attraversano a velocità fulminea tutti coloro che sono legati alla vita di Adam, tanto che i corpi immediatamente si accasciano al suolo quando apprendono la notizia che li taglia in due.

Non si può perdere però, e così i due genitori, fino ad ora trascinati e sospinti nel racconto della loro esistenza, decidono di correre ancora più forte di quanto avevano fatto prima, e infatti, nella storia del dramma che si trovano a vivere, sorprendentemente riescono a stare sempre un passo dopo il baratro che li segue da dietro e un passo oltre la reazione che il copione prevede, senza far apparire mai il minimo sforzo. La guerra è dichiarata è per questo un film “atletico”, si svolge sul piano della fisicità e lega insieme una vita pura, nuda e innocente al difficilissimo artificio che tenta di conservare la gaiezza in una situazione gravida di paura e di dolore.

Anche il titolo, come i nomi dei protagonisti, esce dall’allegoria per diventare una condizione concreta. La guerra non è una metafora, ma è la condizione reale che vivono tutti coloro che sono coinvolti nella malattia del bambino. In una guerra si teme per la vita, la propria vita fisica, e sul campo di battaglia sono i corpi a essere feriti a morte, i corpi senza più sovrastrutture reincarnano la totalità dell’individuo di fronte al suo destino e alla sua esperienza.

Anche gli attori di questo film sono qualcosa di più, la regista, che è anche protagonista, e il suo ex compagno, Jérémie Elkaïm, hanno davvero vissuto l’evento che interpretano ed è in virtù di questo che l’opera gioca tutto sull’idea di un’atletica affettiva. I due giovani innamorati sono veri e propri “atleti del cuore”, secondo l’illuminante definizione di Antonin Artaud: “Bisogna ammettere nell’attore l’esistenza di una sorta di muscolatura affettiva corrispondente alla localizzazione fisica dei sentimenti.[…] Tutti i mezzi della lotta, del pugilato, dei cento metri e del salto in alto trovano analogie organiche nell’esercizio delle passioni; hanno gli stessi punti fisici di sostegno.” (Il teatro e il suo doppio, Torino, Einaudi, 1968, p. 242) Il film è attraversato perciò da un’inaspettata potenza, lavora sul sentimento senza essere patetico, sulla voglia di vivere senza essere enfatico, sviluppando una capacità atletica che piega la sofferenza in soavità espressiva e in grazia concreta.

 

 

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