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Philippe Lioret  

tutti-nostri-desideriBagliori di umanità ai tempi della crisi economica. Dopo il toccante Welcome del 2009, il regista francese Philippe Lioret ripropone al centro della scena un gruppo di persone, i cui destini verranno uniti tragicamente.

Principale protagonista di Tutti i nostri desideri è Claire, un giudice, giovane madre e moglie, che scopre di avere una malattia incurabile ma decide di non metterne a conoscenza il marito Christophe. L'obiettivo dei suoi ultimi mesi di vita, grazie all'aiuto del collega Stéphane, sarà quello di sostenere la causa di Celine, altra giovane madre le cui figlie sono compagne di scuola dei bambini di Claire, assillata e raggirata dagli istituti di credito con i quali si è indebitata per cercare di mantenere la sua famiglia.

Mentre il processo andrà avanti, Claire cercherà di programmare quello che sarà il futuro dei suoi cari: una vita senza di lei, nella quale la presenza di Celine potrà risultare fondamentale.

 

 

 

Tratto dal romanzo Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrére, oltre che scrittore anche regista cinematografico de L'amore sospetto (2005), Tutti i nostri desideri è una pellicola che, attraverso la singola storia di una tragedia annunciata, riesce a tratteggiare una possibile pagina dell'odierna crisi economica. La salvezza non può più passare da una società disperata e da un sistema corrotto, ma unicamente dalla solidarietà tra gli esseri umani. Amici o perfetti sconosciuti che siano.

Nonostante le capacità di Lioret di ritrarre con umana partecipazione i suoi coraggiosi protagonisti siano rimaste invariate, il suo stile appare meno spontaneo rispetto a quello messo in scena nella sua pellicola precedente.

Se in Welcome la narrazione procedeva senza intoppi per tutta la durata, in Tutti i nostri desideri vi è più di un momento in cui si perde il coinvolgimento nelle vicende raccontate: la causa è da ricercarsi in un ampio ricorso alla facile retorica, spesso infarcita di svolte di sceneggiatura troppo costruite a tavolino per non cadere nel rischio di diventare ricattatorie.

Sembra quasi che la confezione della pellicola sia più adeguata a un pubblico televisivo che a quello cinematografico, vista la natura dell'intera operazione, eccessivamente didascalica se non addirittura accomodante a livello narrativo e non.

Peccato poiché nel film non mancano momenti emotivamente sinceri, che riescono almeno in parte a salvarlo, dovuti in particolare all'intensa recitazione del sempre notevole Vincent Lindon, protagonista anche del sopracitato Welcome, e della belga Marie Gillain, mai così brava in precedenza.

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