rum-diary

Tratto dal romanzo Cronache del rum del celebre scrittore/giornalista Hunter S. Thompson, pioniere di uno stile di scrittura che combina il giornalismo convenzionale, le impressioni personali e gli artifici narrativi del racconto per produrre un personale punto di vista sugli avvenimenti e le situazioniThe Rum Diary rappresenta l’ennesima opportunità per il protagonista Johnny Depp di confermare la sua immagine di bello e trasandato: occhiale da sole per celare lo sguardo spento post-sbornia perennemente indossato, giacca sgualcita e sigaretta in bocca sono i suoi tratti distintivi.

 

 

 

Stanco del perbenismo e dell’ipocrisia della New York della fine degli anni ’50, il giornalista Paul Kemp giunge a Puerto Rico per iniziare a lavorare nella scalcinata redazione di un modesto giornale sull’orlo del fallimento. Reportage poco gratificanti sul bowling e pagine dedicate all’oroscopo sono i primi incarichi, non certo all’altezza delle sue ambizioni. Lo sguardo cinico e disincantato di Kemp, teso verso un’idea di critica sociale basata sulla ricerca della verità, poco si adatta agli obiettivi del capo redattore, secondo cui “il lettore medio vuole salire sulla barca, non capovolgerla”. Contattato da un capitalista senza scrupoli per scrivere in difesa dei suoi loschi progetti edilizi ed attratto dalla sua bella compagna, rinuncerà a tutto e tornerà a New York animato da un rinnovato impegno: denunciare i bastardi di questo mondo perché non ha a cuore i loro interessi.

  

La ventata di anarchia che attraversa il film risulta quanto di più convenzionale si possa immaginare. L’atmosfera che si respira a Puerto Rico purtroppo è solo accennata tramite poche immagini stereotipate, senza mai mettere lo spettatore in condizione di calarsi nella stratificata realtà dell’epoca. E’ giustamente sottolineato come sia un paese inevitabilmente scisso: l’influsso dell’America capitalistica, avida di denaro non è compatibile con una realtà locale con orientamenti socio-culturali diametralmente opposti. Il buon Kemp, tra un bicchiere di rum e l’altro, soprattutto nell’ultima parte della vicenda, quando prende sempre più coscienza dei suoi ideali, ci fa riflettere con considerazioni interessanti, seppur sviscerate in modo didascalico. Il nodo cruciale è il tramonto del “sogno americano” che tende sempre più a manifestarsi come un incubo. L’ottusità della politica ideologica in piena guerra fredda è suggerita senza mezzi termini (“un liberale è un comunista istruito che pensa come un negro”), senza comunque avere pretese di denuncia. Apprezzabile per il tono scanzonato e per qualche trovata comica, una su tutte la tv “scroccata” dal vicino con il binocolo, The Rum Diary ci invita ad aprire gli occhi anche sul presente, avanzando la tesi secondo cui “non esiste il sogno americano, è soltanto una pozzanghera di sangue marcio che si espande in tutto il mondo”.

 

         

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