hunger locandinaCi voleva il successo alla scorsa Mostra del cinema di Venezia dello "scandaloso" Shame, premiato con la Colpa Volpi al bravissimo Michael Fassbender, per convincere una casa italiana (la BIM) a distribuire la folgorante opera prima dello stesso regista: Steve McQueen, videoartista londinese che si sta dimostrando uno dei più interessanti talenti emergenti in circolazione. Hunger, vincitore della Caméra D'or a Cannes e visto al Torino Film Festival nel 2008, arriva così sui nostri schermi con quattro colpevoli anni di ritardo.

 

 

 

Prima della "vergogna", McQueen (nessuna parentela con l'omonimo attore di culto) filmò la "fame". Quella di Bobby Sands, poeta ed eroe della lotta indipendentista in Irlanda del Nord che, nel carcere di Long Kesh, per ottenere lo status di prigioniero politico scelse la più radicale delle forme di dissenso, l'Hunger strike, rifiutando cibo e acqua per sessantasei giorni fino alla morte, avvenuta il 5 maggio 1981 all'età di 27 anni.

Il film si apre su una giornata qualunque di uno degli aguzzini di Long Kesh, sospesa tra la tranquilla routine familiare e l'inferno di un mestiere sadicamente violento: nel carcere (da tutti chiamato Maze, labirinto), i detenuti dell'Ira sono continuamente sottoposti a umiliazioni, percosse e perquisizioni invasive e scelgono di affidarsi alla blanket protest (il rifiuto di indossare la divisa carceraria) e alla no wash protest (l'opposizione a svuotare i pitali fuori dalla cella per non incorrere nelle violenze dei secondini). Solo a un terzo del film ci viene finalmente presentato Bobby, rabbioso animale in trappola con il senso innato della leadership e disposto al più estremo dei gesti in nome delle proprie idee. Vi dà corpo e voce un già magnifico Michael Fassbender, vero e proprio attore feticcio del regista, che abbandona momentaneamente la sua metà tedesca (ben manifestata in Bastardi senza gloria) e dà libero sfogo a quella irlandese, calandosi con ammirevole intensità nella lucida lotta idealistica di Sands.

Non è facile capire la profondità della fede nella causa irlandese per chi non abbia vissuto in prima persona l'inferno quotidiano della guerra in Ulster, ma il film è incisivo perché McQueen sceglie di lavorare per sottrazione: senza insistere con gli elementi storici ed evitando i filmati di repertorio (eccetto l'uso extradiegetico della voce ferrea di Margaret Thatcher), riesce a rendere il senso della lotta con pochi lunghi stralci di violenza spesso insostenibile, ma di rara efficacia.

Hunger è un film visivamente impressionante, costruito sull'insistenza della macchina da presa su particolari come le nocche insanguinate dei picchiatori, le lacrime, le ferite dei carcerati. Un film coraggiosamente scarno di dialoghi, con l'eccezione della lunga sequenza che vede contrapporsi Bobby e il prete (Liam Cunnigham): venti minuti filmati in due sole inquadrature con uno sforzo interpretativo da parte di entrambi che lascia senza fiato. Un film carnale, dove il sangue, i resti di cibo, l'urina e gli escrementi diventano componenti di un poema visivo di sconvolgente realismo. Infine, un film che, per quanto complementare al successivo Shame (lì, il carcere sarà quello metaforico e mentale autoinflittosi dall'erotomane Brandon), resta anche un'opera profondamente politica, un coraggioso sguardo indietro al controverso passato di una nazione.

Ed è estremo il lavoro che McQueen compie sui corpi, continuamente martoriati, sottoposti a torture, violenze e abusi al limite dell'umanità, fino alla scarnificazione completa del fisico di Bobby, prostrato dalla denutrizione, ridotto a mero scheletro nell'ultimo atto del film, dove ogni schema narrativo lascia il posto al processo del martirio, alla via crucis che porta il protagonista verso la fine ineluttabile. Una fine che sarà, però, anche il raggiungimento della libertà assoluta e la scossa energica alle coscienze di un intero popolo.

 

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