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Ferzan Ozpetek  

magnifica-presenza

Cosa c’è di più naturale di una reale finzione?” L’ultima fatica di Ferzan Ozpetek potrebbe essere efficacemente riassunta da questa battuta. Ci racconta la storia di due solitudini che si incontrano: da una parte troviamo Pietro, giovane catanese semplice e sensibile, deciso a trasferirsi nella Capitale per coronare il sogno di diventare attore; dall’altra troviamo un gruppo di attori, appartenenti alla prestigiosa compagnia teatrale Apollonia, molto in voga negli anni ’30. Rimane un piccolo particolare da svelare, e cioè che gli attori in questione, dediti anche a pratiche di spionaggio in tempo di guerra, sono rimasti tutti uccisi nel ’43, a seguito del tradimento di una loro ex collega. Nel film appaiono in veste di fantasmi, confinati nella casa di Roma proprio dove si è trasferito Pietro, l’unico ad avere la possibilità (la sensibilità?) di interagire con loro.

        

 

 

 

Con l’imperdonabile limite di prendersi troppo sul serio, Ozpetek, strizzando pateticamente l’occhio ancora una volta al cinema di Almodovar, ci accompagna per mano in una vicenda in cui potenzialmente sarebbe potuto accadere di tutto e dove invece non succede proprio un bel niente. Una sensazione di vuoto mitigata solo in parte dalla buona prova attoriale di Elio Germano, che non è certo una novità. La focalizzazione è tutta sul suo Pietro, ragazzo modesto (sì, perché ci tiene a sottolineare che lui si limita a fare brioches, non è pasticciere), insicuro, sessualmente represso, che coltiva il sogno di diventare attore, francamente senza troppa convinzione.

     

Magnifica presenza è una storia di due sogni paralleli che trovano il loro punto di convergenza nella sequenza finale. Pietro riesce a calcare il palcoscenico, recitando nell’immaginaria messa in scena dello spettacolo “Sogno proibito” al fianco dei suoi impalpabili amici che, finalmente, possono dare vita alla “prima” della rappresentazione che nel ’43 non avevano potuto realizzare a causa della loro prematura morte. Ozpetek ribadisce in modo quasi parossistico il binomio realtà/finzione su cui poggia l’intero film. Pietro, non trovandosi a suo agio in un mondo (quello reale) popolato da persone superficiali come le due bariste un po’ invadenti e civettuole all’inizio del film, prive di autentica sensibilità come la cugina Maria che gli consiglia un possibile rimedio per scacciare le sue magnifiche visioni (“Pietro, io c’ho pensato tutta la notte, tu devi scopare!”), false ed egoiste come la padrona di casa, oppure irrispettose e prepotenti come Massimo, ragazzo con cui ha avuto un fugace rapporto amoroso, vuole evadere dalla realtà in cui è suo malgrado immerso ricercando la felicità nella professione di attore. A fronte di questo desiderio, accetta senza farsi troppe domande (particolare che può risultare quantomeno artificioso agli occhi dello spettatore) un’esistenza parallela all’interno della sua casa, in un limbo indefinito tra vita reale e vita sognata.

        

Il mancato ricorso ad un registro narrativo ben definito (si passa dalla commedia al dramma, con qualche ammiccamento al melò) aumenta quella sensazione di disorientamento che certo non favorisce un completo apprezzamento del film. Magnifica presenza è, in sostanza, una buona cena non consumata. Peccato. Provaci ancora, Ferzan.

 

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