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Nevermore. Oltre ad essere il verso finale dell'immortale poema di Edgar Allan Poe che condivide il titolo con questa sfortunata pellicola, è senz'altro il pensiero che attraversa la mente dello spettatore all'uscita dal cinema. Mai più. Nessun temerario oserebbe accostarsi una seconda volta a questo lavoro che, se nelle intenzioni voleva essere un omaggio a uno dei grandi della letteratura americana, risulta in un didascalico e raffazzonato pastiche delle citazioni più scontate e banali tratte dall'opera dell'autore.

Il proposito è quello di raccontare gli ultimi giorni di vita di Poe attraverso una fantasiosa vicenda a metà tra la mystery story di ambientazione ottocentesca e l'action movie, sulla falsariga di prodotti come From Hell e Sherlock Holmes, aggiungendo (sperando forse in un tocco di classe) un riferimento diretto alle sue opere. Lo scrittore originario di Boston, che, come racconta la pellicola, fu effettivamente ritrovato farneticante per le strade di Baltimore per morire poco tempo dopo in circostanze non chiarite, viene infatti messo dalla finzione filmica ad indagare sugli orribili omicidi di un serial killer che colpisce disseminando la scena del delitto di indizi tratti dalla sua letteratura. Per stimolare ulteriormente le indagini, l'assassino rapisce la promessa sposa di Poe, costretto ad ingaggiare una corsa contro il tempo per salvare l'amata.

 

 

Gli ingredienti per dare vita a un'operazione interessante ci sarebbero, ma le potenzialità non vengono messe in atto. Il film infatti è azzoppato da una sceneggiatura piena di buchi e incongruenze, messa insieme in tutta fretta e degna di un episodio della Signora in giallo. I riferimenti all'opera dello scrittore sembrano tratti da un bigino scolastico e le svolte narrative sono ora scontate ai limiti dell'accettabile (una su tutti, l'identità dell'assassino svelata con un coup de théâtre che più telefonato non si può), ora completamente prive di senso logico (il modo in cui Poe e il detective Fields risalgono dall'indizio al riferimento letterario e quindi all'ubicazione delle vittime). I rari tocchi ironici che avrebbero dovuto alleggerire le atmosfere oscure della pellicola ridicolizzano la figura di Poe senza regalare nessun divertimento allo spettatore. Il rispetto nei confronti dello scrittore “omaggiato” viene poi totalmente a mancare a causa della performance sbiadita e inconsistente di John Cusack, già di per sé non propriamente un attore eccelso, che non sembra neanche provare a sforzarsi di regalare un minimo di spessore all'importante personaggio che si trova ad interpretare. I cenni alla biografia di Poe sono telegrafici e disseminati con incuria e superficialità: il riferimento all'alcolismo di cui soffriva, che all'inizio sembra preponderante nella costruzione della sua figura, si perde tra le trame sfilacciate di una vicenda-colabrodo. Il tema dell'alternanza finzione-realtà, inoltre, è introdotto solo nel finale e in modo così semplicistico da far dubitare della fiducia che il regista nutre nelle capacità mentali del suo pubblico.

Un cast di comprimari legnosi e poco convinti, Luke Evans nella parte del detective Fields in primis, completano il disastroso quadro.

L'australiano James McTeigue, ben lontano dal successo di V per vendetta scivola, con questo pasticcio, nel baratro delle promesse mancate dove già lo attendono coetanei come i fratelli Wachowski, perduti dopo il trionfo di Matrix. Non possiamo perciò che dedicargli, con rammarico per l'occasione mancata, i versi di quel poeta che ha tentato, vanamente, di celebrare: “And my soul from out that shadow that lies floating on the floor shall be lifted – nevermore”[1].



[1]    “E la mia anima da quell'ombra che tremula sul pavimento non si solleverà mai più”. Edgar Allan Poe, “The Raven”, 1845.

               

 

       

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