die hard 5 locandinaNon si può negare che il termine "Die Hard" sia entrato ormai nella cultura generale, soprattutto per la generazione degli anni ’80 e ’90 che con gli action movie era cresciuta e che ora li ricorda con un pizzico di nostalgia. Soprattutto pensando al fatto che di Die Hard, in questo quinto, inutile – e si spera ultimo – capitolo dal sottotitolo Un buon giorno per morire c’è poco-nulla. Forse solo il nome del protagonista, quel John McClane che tanto aveva esaltato i teenagers nei 90s e che ora ha le sembianze di un Bruce Willis invecchiato, con la solita faccia da spaccone, ma ben lontano dal ruolo che l’aveva lanciato tra le stelle del genere. In questo episodio si troverà a dover salvare suo figlio, in prigione a Mosca, trovandosi di fronte ad una realtà ben peggiore una volta arrivato nella capitale russa.

Una trama semplice, forse fin troppo, che vive su un malinteso e finto colpo di scena che non emoziona e non colpisce, ma che si dimostra solo la degna conclusione di una sceneggiatura di una povertà impressionante. E pensare che la seconda parte, quella in cui si riesce anche a sbadigliare, è migliore della prima, che si dimostra quasi una parodia dei film d’azione, con una continua ricerca dell’esplosione, della frase ad effetto, dell’espressione truce e di tutti i clichés possibili per rendere accattivante una pellicola al pubblico. Il risultato? Fallimentare.

 

Chi si ricorda John McClane, il vero John McClane, farebbe bene a risparmiarsi la visione del film di John Moore, altrimenti potrebbe rimanerne seriamente scottato. Non si salva nulla in questo generale naufragio d’esplosioni, effetti speciali e macchina da presa in perenne movimento tremolante: anche l’ironia di cui McClane viveva nei film precedenti sembra aver fatto posto a frasi banali, scontate e solo raramente pungenti e capaci di strappare un sorriso.

 

Una regia mediocre accompagna uno script se possibile peggiore, prevedibile in ogni dettaglio con la stucchevole relazione padre-figlio che, mascherata dal machismo di entrambi, non può non lasciare l’impressione di un tocco di furbizia da parte della produzione e del regista, come a voler dare un tocco di profondità ad un film ricco solamente di spari e di bombe. È pur vero che si tratta di un action movie, e che c’è una fetta di pubblico che vuole mettersi in sala, spegnere il cervello, e gustarsi un’interminabile sequela di inseguimenti, incidenti, sangue, cazzotti e colpi di mitragliatore. Ma se questo era lo scopo del film, allora non bisognava chiamarlo Die Hard, tralasciando l’agghiacciante traduzione italiana, per rispetto di John McTiernan (regista del primo e del terzo film della serie) e di chi ha amato quei film. A tratti arriva anche la sonnolenza, per essere un film d’azione allora qualcosa non va davvero.

 

Voto: 1,5/4

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