locandina django unchainedCerto è che questa volta Tarantino non poteva concludere la sua pellicola con “questo potrebbe essere il mio capolavoro”. Di fatto, Django Unchained è un piccolo passo indietro rispetto a Inglourious Basterds, ma questo è lungi dall’essere un commento negativo sul film. Anzi. Dopotutto, sempre di Tarantino si tratta.

Django Unchained è un chiaro omaggio allo spaghetti western ma, come Inglourious Basterds nulla aveva a che vedere con Quel maledetto treno blindato di Castellari, così Django Unchained ha un contatto con il suo quasi omonimo film di genere solo grazie ad una chiara citazione iniziale e ad un cameo comico di Franco Nero, il Django del ’66, che dà vita ad un curioso faccia a faccia con il suo alter ego Jamie Foxx. Non può dunque mancare il bounty killer, il Dottor King Schultz (Christoph Waltz), che libera uno schiavo di colore, Django (Jamie Foxx), solo per farsi aiutare a catturare due criminali, per poi istruirlo e farlo divenire a sua volta cacciatore di taglie. Ma Django è alla ricerca di sua moglie Broomhilda (Kerry Washington), schiava di un negriero di nome Calvin Candie (Leonardo Di Caprio), e questa è la vera molla per far scattare tutta la narrazione.

 

 

Nel 2009 Tarantino aveva strabiliato con una favola – che non per nulla iniziava con un “c’era una volta” – su come un gruppo di ebrei aveva distrutto il nazismo; ora il tiro è spostato nel Sud degli Stati Uniti d’America, “in un paese durante il 1858”, a due anni dalla guerra civile, con un dato imprecisato a dare ancora una volta una dimensione di totale distaccamento dalla realtà e immersione immediata nella giostra tarantiniana. Un 1858 che significa schiavitù degli uomini di colore, tema portante della trama che ha fatto tanto infuriare Spike Lee, secondo cui l’argomento non sarebbe trattato col dovuto rispetto. Nulla di più falso, anzi, l’attenzione è tutta focalizzata sulla tragica situazione, trattata con quel piglio ironico ed eccessivo che da sempre ha contraddistinto il cinema di Tarantino, con un Jamie Foxx ottimo e un Samuel L. Jackson strabiliante, non lontano dalla sua miglior interpretazione di sempre. I due, impeccabili, vanno ad accostarsi agli altrettanto notevoli Di Caprio e Waltz, finalmente lontani dai loro rispettivi clichés di eternamente buono/cattivo e ancora una volta capaci di rinnovare tutto ciò che di positivo è stato detto sul loro conto. L’unico dubbio riguarda il doppiaggio italiano, probabilmente incapace di rendere gli accenti, le sfumature e i cambiamenti di registro (oltre che di lingua vera e propria) che sono uno dei punti di forza di questo film. La bomba pop che investe lo spaghetti western, omaggiandolo, è un mix di fotografia perfetta e di preziosismi registici, croce e delizia per Tarantino, questa volta forse troppo innamorato della sua enorme abilità e quindi eccessivamente prolisso e narcisistico in alcuni punti. Ma Quentin sa divertire, eccome, con i suoi dialoghi al limite dell’assurdo, una colonna sonora pensata ad hoc – con tanto di hip hop che calza alla perfezione nonostante l’evidente discrepanza temporale – lo splatter e le situazioni surreali, su cui svetta un KKK tra le idee più esilaranti mai create dal regista di Knoxville.

Non è il suo miglior film, e forse sarà un gradino sotto i suoi capolavori. Ma Django Unchained è un film sopra la media, ben girato e divertente. Con buona pace di Spike Lee.

 

Voto: 3/4

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