Jobs locandinaIl primo aprile 2012 il mondo del cinema fu scosso e sorpreso dalla notizia che Ashton Kutcher avrebbe interpretato Steve Jobs in un imminente biopic. Inizialmente scambiata per un pesce d’aprile, la news è stata successivamente confermata e dopo quasi un anno e mezzo il biopic Jobs ha preso forma e vita e si appresta a uscire nelle sale italiane.

In molti pensavano fosse un azzardo scegliere un attore dalle doti espressive piuttosto scarse come Kutcher per interpretare uno dei personaggi più enigmatici, complessi e iconici del ventesimo e ventunesimo secolo. Al di là della notevole somiglianza fisica tra il guru di Apple e la star della serie Due uomini e mezzo, infatti, puntare sull’ex marito di Demi Moore come attore protagonista appariva come un miscasting clamoroso e una scommessa destinata ad essere persa.

Scommessa, in realtà, almeno in parte vinta, perché Kutcher, consapevole dei propri limiti, si destreggia abbastanza bene nei panni di Steve Jobs, riproducendone fedelmente, senza scimiottamenti, gestualità e tic, senza strafare né cercando a tutti i costi l’imitazione mimetica. Certo, il carisma magnetico di Jobs è distante anni luce da quella piuttosto annacquato che Kutcher riesce a trasmettere, ma i grossi problemi del film stanno decisamente altrove.

 

Il biopic diretto dal documentarista Joshua Michael Stern è, infatti, un prodotto confuso, raffazzonato alla bene e meglio, privo di un quid che ne giustifichi l’esistenza, al di là della voglia di sfruttare l’onda lunga del fenomeno Jobs e l’ulteriore consolidamento di un culto in seguito alla morte del padre dell’hi-tech.

Lontano dall’agiografia più spicciola e esiziale, il film vorrebbe mettere in discussione in qualche modo la figura quasi mitologica di Jobs evidenziandone i modi autoritari, insicurezze e debolezze, ridimensionandone la portata creativa (il pc, di fatto, viene fatto passare per un’invenzione di Steve Wozniak, commercializzata poi da Jobs) e ponendo l’accento soprattutto sulle capacità affabulatorie del guru piuttosto che sulle sue intuizioni visionarie. Ma quello che manca al film è il coraggio di andare fino in fondo in questa sua opera di revisione critica, limitandosi invece a riservare qua e là nel corso della storia qualche debolissima stoccata creata ad hoc solo per dare un po’ di pepe ad un racconto per il resto sciapo, sonnacchioso e stancamente rassegnato ad una mediocrità senza sbocchi.

Jobs si configura come un prodotto confezionato su commissione, sciatto e amorfo, che accumula dati, informazioni e eventi dando tutto per scontato, trattando con indolente superficialità gli aspetti potenzialmente più interessanti e contradditori della figura di Steve Jobs, della sua storia personale e di quella della Apple (il violento rifiuto di riconoscere la figlia Lisa, salvo poi chiamare così uno dei primi modelli di personal computer; la faida e le accuse di plagio contro Bill Gates; i rapporti difficili con l’amico di una vita Steve Wozniak e con l’amministratore delegato John Sculley; la rinascita dopo il licenziamento da Apple e la creazione della Next e la trasformazione della Lucasfilm in Pixar).

Del film di Joshua Michael Stern rimane, quindi, poco o nulla, se non l’amaro in bocca per un’occasione persa per raccontare un uomo affascinante, geniale e ambiguo come Steve Jobs.

Non resta che aspettare il secondo biopic sul padre di Apple che Aaron Sorkin sta scrivendo basandosi sulla biografia scritta da Walter Isaacson. Saprà l’autore di The West Wing e The Social Network fornire uno sguardo più esauriente e meno approssimativo? Non dovrebbe essere difficile.

 

Voto: 1,5/4

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