Flashback


Fred Fitzell (Dylan O’ Brien, famoso per la serie Teen Wolf e la trilogia di The Maze Runner) ha un lavoro nuovo in azienda, una fidanzata con la quale progetta piani futuri e una madre malata che non lo riconosce più. L’incontro casuale con una vecchia conoscenza scatena in lui una serie di visioni terrificanti che lo scaraventano nel suo passato dove si cela un mistero irrisolto relativo a una sua vecchia amica scomparsa (Maika Monroe, It Follows, The Guest), una droga chiamata Mercury e una creatura che l’ha sempre accompagnato, ma di cui non ricordava l’esistenza. Passato, presente e futuro si mescolano e Fred mette in dubbio la sua realtà, esplorando tutte le vite che avrebbe potuto avere.

Se da questa breve sinossi non si è capito molto, non vi preoccupate, è stata così architettata dal regista Christopher MacBride (The Conspiracy) che deliberatamente escogita un’esperienza disorientante, calandoci in un thriller enigmatico e allucinante. Il suo scopo era di presentare una pellicola che potesse esplorare il libero arbitrio e una concezione non lineare del tempo. Il protagonista viaggia continuamente fra visioni passate e presenti, non capendo esattamente come riesca a farlo, se per effetti della droga assunta anni prima o solo per quello che potremmo definire un Moment of Being.

Pur saltando da un momento all’altro, il regista riesce comunque a tenere le redini di una sceneggiatura che parrebbe impazzita e suggerisce una possibile spiegazione finale che risulta essere molto intrigante e suggestiva. MacBride sottolinea l’importanza del passato, di come tutte le esperienze, anche quelle più insignificanti, possano avere un forte impatto sulla nostra vita (chiara l’allusione a The Butterfly Effect). In questo senso il titolo originale dell’opera The Education of Fredrick Fitzell risulta essere migliore del più mainstream Flashback e avrebbe permesso fin dall’inizio una visione dell’opera che si apre solo leggendo i titoli di coda; ironia della sorte, proprio nella storia si critica l’uso eccessivo e sbagliato di termini ed etichette che tutti noi usiamo per definire la realtà.

Indubbiamente il film non è adatto a coloro che cercano un prodotto ordinario e di facile e immediata comprensione: il regista invoglia lo spettatore a tentare di comprendere quello che si sta vedendo, anche dopo una seconda visione, per trarre le proprie conclusioni. Da segnalare anche la bravura dell’attore principale Dylan O’Brien che prova ad inserirsi in pellicole di nicchia a basso budget. Presentato al Trieste Science + Fiction Festival.

Voto: 2,5/4

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