Lapsis

Nel futuro prossimo (o meglio, nel presente alternativo) di Lapsis, il film di Noah Hutton presentato al Trieste Science+Fiction Festival, la tecnologia dominante è il quantum. Un sistema più avanzato dell'Internet che conosciamo ma che ha bisogno di particolari "operai" per funzionare: sono i cablatori, persone chiamate a posizionare i cavi da collegare a giganteschi cubi nelle aree naturali statunitensi, per fare in modo che ogni zona del Paese sia coperta. Uno di loro è Ray (Dean Imperial), il protagonista di questa curiosa pellicola a metà tra la distopia e la commedia di critica sociale.

Film indipendente dal budget risicato, Lapsis ha ben poco di futuristico e fantascientifico, come le più realistiche puntate di Black Mirror. E Ray è decisamente lontano dall'idea di eroe: uomo di mezza età scalcagnato e in bolletta, alle prese con lavori di fortuna e un po' al limite della legalità, decide di darsi all'attività apparentemente ben remunita del cablatore per pagare le cure al fratello minore, affetto da una sindrome di stanchezza cronica. 

Più che realmente distopica, dunque, la società del film di Hutton è uno specchio della nostra contemporaneità, di cui il regista va a punzecchiare elementi precisi come la dipendenza dalla tecnologia e le contraddizioni della gig economy, mettendo in scena un mondo di proletari che, per l'avanzamento del mondo digitale, paradossalmente compiono un'attività molto analogica, percorrendo i boschi come formiche instancabili, automi umani che per giunta devono confrontarsi con la concorrenza dei robot cablatori. Insomma, siamo un po' dalle parti della lotta di classe alla Ken Loach, senza nichilismo né drammi, ma con una certa dose di sarcasmo e ironia. Peccato che la ripetitività quasi straniante del lavoro dei protagonisti si rispecchi anche nel ritmo del film, dove accade poco o nulla. L'allegoria messa in scena è interessante, ma per intrattenere lo spettatore ci voleva qualcosa in più.

Voto: 2/4

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