Jumbo

Jeanne (Noémie Merlant, vista in Ritratto della giovane in fiamme) è una giovane timida e introversa, tanto schiacciata dal confronto con una madre disinibita quanto incapace di rapportarsi alle altre persone. Una sera, dopo aver iniziato un lavoro come custode notturna in un luna park, comincia a provare attrazione fisica e addirittura sentimenti d'amore per una delle giostre. È la bizzarra trama di Jumbo, presentato al Trieste Science+Fiction Festival e "ispirato a una storia vera".

L'opera prima della regista Zoé Wittock ci porta alla scoperta dell'oggettofilia, la sindrome che porta alcune persone all'innamoramento e al desiderio erotico nei confronti di cose inanimate: c'è chi si è detto legato sentimentalmente alla propria auto, chi addirittura alla Tour Eiffel. Jumbo si guadagna così un posto d'onore tra le love story più stravaganti e, al contempo, più difficili da raccontare di sempre, che parte da una condizione psicologica e cita il poeta Lamartine: "Oggetti inanimati, avete voi dunque un’anima che s’attacca alla nostra anima e la costringe ad amare?" (da Harmonies poétiques et religieuses).

Passata anche al Sundance Film Festival, la pellicola della Wittock è straniante e certamente coraggiosa, con un erotismo che sconfina nell'onirico e nel fantastico: le scene della passione tra Jeanne e Jumbo, l'attrazione del parco, hanno qualcosa di alieno e futuristico, come se raccontassero una nuova forma d'amore in un mondo in cui i rapporti umani sono sempre più complessi e fragili. Jumbo è soprattutto il racconto di formazione di una ragazza alla scoperta di se stessa e della propria sessualità. La Merlant è bravissima, le atmosfere anni '80 (con Fly del gruppo rock belga Machiavel in colonna sonora) danno un tocco deliziosamente retro, ma i toni seriosi e melodrammatici appesantiscono un'opera che forse con un po' di ironia sarebbe stata più godibile.

 

Voto: 2/4

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