2067

Nel futuro immaginato da Seth Larney in 2067, presentato al Trieste Science+Fiction Festival, la vita sulla Terra è letteralmente alle sue battute finali: la vita vegetale è scomparsa, l'ossigeno è agli sgoccioli ed è un bene conteso tra i pochi esseri umani rimasti che si sono asserragliati nell'ultima area del mondo ancora abitata e dotata di elettricità. L'unica speranza per l'umanità sembra essere riposta nel giovane Ethan Whyte (Kodi Smit-McPhee), chiamato da una corporation a viaggiare nel tempo attraverso un tunnel quantistico, alla ricerca di una cura per la malattia che rischia di sterminare gli ultimi sopravvissuti.

L'ambiziosa pellicola australiana è un goffo tentativo di imitare i blockbuster hollywoodiani, con un drammone confuso che mescola il post-apocalittico ai viaggi nel tempo e unisce alcune idee interessanti a scivoloni e momenti di mero didascalismo. La cupissima ricostruzione di un'umanità sull'orlo dell'estinzione è certamente affascinante (una prospettiva che, nei tempi bui della pandemia globale, non ci appare neppure troppo irrealistica) ma la sensazione è quella di trovarsi di fronte a buoni spunti sprecati malamente e in modo grossolano. Ci si chiede ad esempio perché intitolare il film 2067 quando è in gran parte ambientato 400 anni avanti nel futuro, si resta un po' spaesati di fronte al triplo loop temporale e basiti per alcune trovate narrative (come i corpi letteralmente sparati nel futuro, che ricordano un po' la macchina del tempo di Zapotec e Marlin nelle storie di Topolino).

La verità è che 2067 spreca il ricco potenziale una trama avvincente appesantendola con rara perserveranza di melodrammi famigliari, flashback strappalacrime e dialoghi smielati, dove a salvarsi è forse solo il finale. Peccato, perché il protagonista poteva essere un bel personaggio lontano dai canoni dell'eroe macho, anziché un piagnone che riesce a combinare qualcosa soltanto negli ultimi tre minuti.

Voto: 1,5/4

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