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OakRoom

In una notta di tormenta nel gelido inverno canadese, un giovane dai trascorsi misteriosi torna nella sua città ed entra in un bar gestito da un vecchio amico del padre defunto. Il ragazzo ha una storia per il barista: ne nasce un loop di racconti, con colpo di scena finale. È The Oak Room, thriller claustrofobico di Cody Calahan tratto dall'opera teatrale di Peter Genoway (che sceneggia) e presentato nella sezione Le Stanze di Rol al 38esimo Torino Film Festival.

Girato quasi interamente in ambienti chiusi e semibui, questo noir riduce al minimo l'azione e le scene di violenza per risucchiare lo spettatore in un vortice di storie incastrate l'una nell'altra come un gioco di scatole cinesi, quasi fossimo in una versione glaciale e nerissime de Le mille e una notte. Il modello è però ovviamente il noir classico e ancora di più il cinema di Quentin Tarantino da cui mutua diversi spunti - il bar rifugio nella bufera di neve come in The Hateful Eight; c'è persino un orologio che ricorda quello di Bruce Willis in Pulp Fiction - e soprattutto la predominanza dei dialoghi. 

Confrontarsi con un simile esempio e reggere l'intero film sullo script non è facile, ma The Oak Room è un'operazione che denota coraggio e non manca di fascino. Il film di Calahan ha poi una bella galleria di facce (tutte maschili): RJ Mitte era il figlio di Walt White in Breaking Bad, Peter Outerbridge è un veterano di cinema e tv (non è forse un caso che recita in un altro film tarantiniano, Slevin) e recita in Orphan Black così come Ari Millan.

Voto: 2,5/4

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