CALIBRO 9 

Toni D'Angelo, cineasta e figlio di Nino D'Angelo, rispolvera la grande stagione del nero all'italiana anni '70: Calibro 9, presentato Fuori concorso alla 38esima edizione del Torino Film Festival, altro non è che il sequel di uno dei titoli più famosi di quell'epoca, ovvero Milano Calibro 9, gioiellino violento e cinico di Fernando Di Leo del 1972. Il cast è decisamente interessante, con Marco Bocci nei panni di Fernando Piazza (figlio del mitico Ugo Piazza incarnato nell'originale da Gastone Moschin), Michele Placido che riprende il ruolo di Rocco allora impersonato da Mario Adorf, Barbara Bouchet che torna a interpretare Nelly, Ksenia Rappoport e Alessio Boni.

L'operazione ricorda un po', a dire il vero, uno dei trend imperanti a Hollywood: la moda del rifacimento di cult del passato, un "usato sicuro" che mira a suscitare la curiosità del pubblico. Un po' come i nuovi Star Wars, Calibro 9 è un sequel ma al tempo stesso una sorta di remake, che ricalca in parte la trama del predecessore e vede la parabola di Fernando rispecchiarsi in quella del padre Ugo, di cui è un erede più pulito, raffinato e ambizioso. Va detto che il film di D'Angelo poi prende una strada tutta sua e che in Italia l'abuso di rifacimenti non è ancora una realtà, per cui Calibro 9 riesce comunque a imporsi nel nostro panorama come una chicca interessante e originale e non come un prodotto di mero marketing cinematografico.

Chiariamo subito che il film perde nel paragone con il capostipite (imperfetto ma ricco di momenti di culto) così come nel confronto con la recente rinascita del cinema italiano di genere. Calibro 9 conta ingenuità, scene action un po' raffazzonate e scelte discutibili (la "sigla" dei titoli di testa, il doppiaggio della Bouchet che oggi suona stonato). Al tempo stesso, però, non mancano elementi godibili: D'Angelo omaggia con sfrontatezza e l'affetto del fan (a partire dal nome del regista che riecheggia nei protagonisti Fernando Piazza/Valerio Di Leo) e restituisce personaggi ambigui e anti-eroici, com'è giusto che sia.

L'ambientazione internazionale (dall'Italia ad Anversa) e l'esibizione di legami tra criminalità e poteri economici forti denotano un'ambizione da grande giallo contemporaneo, che poi si va a rispecchiare solo in parte sull'effettiva riuscita di una pellicola altalenante e rabberciata. Il ritratto dell'inquietante mondo della 'ndrangheta però è affascinante, l'improbabile avvocatessa/mafiosa russo-calabrese della Rappoport è tostissima, Alessio Boni è bravo come sempre nei panni di un tenace poliziotto. E Bocci torna finalmente alle atmosfere ambigue del suo indimenticato Scialoja di Romanzo criminale. Da non perdere per i nostalgici e i fan del cinema stracult.

Voto: 2/4

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