locandina-holy-motorsLa fisiologia dell’interpretazione: così si può riassumere Holy Motors, spiazzante opera ultima di Leos Carax, presentata in concorso al Festival di Cannes e riproposta all’interno della sezione XXX del Torino Film Festival 2012. Non è certamente un caso che il film si apra mostrando cronofotografie degli atleti di E.J. Marey, precursore della settima arte, proprio un fisiologo i cui principali fini scientifici consistevano nell’analisi organica e psicomotoria degli esseri viventi. Se a Marey, negli anni ’80 dell’800, bastava mostrare, attraverso rapidi fotogrammi, i movimenti della mani di un essere umano, Carax decide di riprendere in qualche modo quegli studi trasportandoli al giorno d’oggi. Non più però sul semplice organismo umano, ma sull’attore e su tutto quello che da questa parola deriva.

È lo stesso regista che, aprendo una porta nascosta, ci porterà in una sala cinematografica in cui spettatori mostruosi fissano voracemente le immagini che si trovano davanti. Con loro, noi ci giriamo a guardare, fuori dalla sala o dentro lo schermo ha poca importanza, trovandoci catapultati in un altro mondo, dove l’assenza di coordinate precise è l’unica certezza che abbiamo. Andiamo a conoscere Mr. Oscar (interpretato dal come sempre debordante, geniale, ingombrante Denis Lavant, perenne alter ego del regista) che, dopo aver salutato la sua famiglia, si prepara a una normale giornata di lavoro. Ben presto però capiremo (?) che la quotidianità dell’uomo sarà qualcosa di ben poco immaginabile. Mr. Oscar entra nella sua limousine, gli viene consegnato il fascicolo con il primo dei nove appuntamenti che avrà durante il giorno. Lo legge, si cambia la parrucca, si trucca e si traveste da una povera zingara, pronta a chiedere l’elemosina tra i ponti sopra la Senna. Successivamente diventerà un attore impegnato in una sessione di Motion Capture, un uomo morente, un killer o addirittura il mostruoso Monsieur Merde che Lavant aveva già interpretato nel segmento, diretto sempre da Leos Carax, in Tokyo! del 2008. Le maschere di Mr. Oscar lo porteranno a trasformarsi, a uccidere, a morire e vedere la morte. Ma d’altronde è un attore, sta solo recitando e quindi è tutta finzione (?). La limousine diventa il camerino dell’attore dove, tra un trucco e l’altro, ritrova (?) sé stesso. Dentro la limousine c’è la realtà. Fuori soltanto la finzione. Esattamente il contrario rispetto all’Eric Packer di Cosmopolis di Don DeLillo (poco ci interessa il teatro filmato da Cronenberg), dove la verità del mondo è invece fuori e la lunga automobile funziona da guscio asettico e insonorizzato. In qualche modo però, in Holy Motors - creatura magnetica e imperfetta, affascinante e spiazzante, come tutto il cinema del regista – la finzione si trasforma nell’unica realtà possibile. La realtà esiste solo in quanto rappresentazione. Dove tutti recitiamo e dove tutti ci guardano. Come fossimo scimmie ammaestrate in attesa che la realtà suoni alla nostra porta. E se per Mr. Oscar pare impossibile capire quale sia il vero io, forse l'unico consiglio su come possiamo mantenere la nostra identità ce la dà l’autista della limousine. Finisce la sua giornata di lavoro e per tornare a casa dai suoi cari, per ritrovare se stessa lontana dal mondo della rappresentazione con cui ha avuto a che fare per tutto il giorno, indossa una maschera. Una maschera vera, inespressiva, impressa sul volto come unica scelta possibile per smettere d’indossarle.

 

Voto: 3/4

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