Joseph-LoseyIntellettuale di sinistra colto e raffinato, Joseph Losey nasce il 14 Gennaio del 1909 a La Crosse, nel Wisconsin, in una famiglia benestante del Mid-West. Dopo aver abbandonato gli studi in medicina, imposti dal padre avvocato prematuramente scomparso come buon viatico per una fulgida carriera professionale, si laurea in lettere ad Harvard ed inizia a collaborare alle pagine letterarie di alcuni quotidiani. Estremamente intraprendente, dimostrando una spiccata maturità fin da ragazzo, negli anni ’30 muove i suoi primi passi in piccoli gruppi teatrali ed entra a fare parte del Partito Comunista Americano. Nella prima metà degli anni ’40 si arruola nell’esercito e dirige alcuni documentari di propaganda. L’esperienza lo segnerà in modo indelebile.

 

Esordisce al cinema nel 1948 con Il ragazzo dai capelli verdi, interessante apologo girato a ridosso degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, in cui la diversità (esemplificata dai capelli verdi) con cui deve fare i conti un orfano indifeso diventa messaggio universale contro ogni forma di razzismo e discriminazione. Nella prima metà degli anni ’50, sempre ad Hollywood, gira altri cinque film, di impronta prevalentemente noir, tra cui M, remake della celebre pellicola di Fritz Lang, e Sciacalli nell’ombra, in cui il protagonista è un poliziotto frustrato, la cui condizione esprime il disagio dell’uomo medio, ossessionato dal desiderio di ricchezza: il sogno americano si trasforma in un vero e proprio incubo.

 

Americano di nascita ma inglese di adozione, Losey, apertamente schierato a sinistra e per questo costretto ad abbandonare gli Stati Uniti a metà degli anni ’50 in seguito alle persecuzioni volute dal senatore McCarthy durante la cosiddetta “caccia alle streghe”, trova rifugio in Inghilterra, dove affonderà le radici di tutto il suo cinema futuro. E’ universalmente considerato uno dei più importanti autori inglesi, nonostante sia originario del Wisconsin.

 

Regista in guanti bianchi che non spreca un’inquadratura, negli anni ’60 e ’70, all’apice delle sue potenzialità artistiche, si afferma nel panorama internazionale come uno dei cineasti più influenti del periodo. Ad un’acuta analisi dei rigidi ed irreprensibili rapporti di classe, dietro ai quali si nascondono in realtà un vuoto esistenziale ed un’aridità sentimentale che possono talvolta sfociare in comportamenti devia(n)ti, unisce una messinscena complessa e stratificata, in cui ogni componente (regia, recitazione, direzione artistica) gioca un ruolo fondamentale. Il suo cinema di rottura, innovativo e precursore dei tempi, tipicamente europeo nella sua contrapposizione tra rigore formale e spessore concettuale dei contenuti, è stato accostato a quello di autori che hanno scritto la storia del cinema come come Bergman, Antonioni e Bertolucci. Il suo primo, vero capolavoro, in cui sono presenti tutte le tematiche a lui care, è Eva del 1962, melodramma ostico e respingente sul degrado del rapporti interpersonali, tra false ambizioni ed ambigue pratiche sessuali. Tra gli interpreti, tutti meravigliosamente diretti, spiccano le bellissime Jeanne Moreau e Virna Lisi.

 

Ma una clamorosa svolta nella sua carriera, Joseph Losey la ottiene quando si imbatte nel drammaturgo, scrittore, poeta e sceneggiatore britannico Harold Pinter, premio Nobel per la letteratura nel 2005 con la seguente motivazione: «nelle sue commedie egli scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell'oppressione». Il sodalizio tra i due, nato a Londra nei primi anni ’60, dà vita a tre capolavori assoluti della storia del cinema, in cui la scrittura registica e la sceneggiatura si fondono in una perfetta alchimia. Il primo è Il servo (1963), storia estremamente affascinante del rapporto servo/padrone, ribaltato come forma di ribellione degli oppressi nei confronti degli oppressori, tra un giovane dandy ed il suo maggiordomo in una lussuosa dimora londinese, vera e propria co-protagonista della vicenda. In un clima claustrofobico, i ruoli dei due si invertono, attraverso l’arma dell’opportunismo, della degradazione, del sesso, non senza sottili allusioni omosessuali, assolutamente scandalose per l’epoca. La lotta di classe non è però qui il tema dominante, è un semplice strumento per mettere in scena uno spietato gioco al massacro. Dirk Bogarde è indimenticabile nei panni del “servo”, ma James Fox e Sarah Miles, giovane donna che si inserisce tra i due, non gli sono da meno. L’incidente (1967), Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, magistrale studio di caratteri con Dirk Bogarde, Stanley Baker, Jacqueline Sassard e Michael York, in cui emergono viltà, astuzia, sessualità repressa e ipocrisia borghese nella rispettabile Università di Oxford, sancisce la seconda collaborazione Losey/Pinter. Ultimo capitolo della trilogia, Messaggero d’amore (1970), Palma d’oro a Cannes, è la struggente storia di un ragazzo che fa da intermediario, come suggerisce il titolo originale The Go-Between, tra due amanti segreti, interpretati da Julie Christie e Alan Bates, in cui i temi dominanti sono l’Amore (indissolubilmente legato alla Morte) e il Tempo.

 

Dell’ultimo periodo sono sicuramente da ricordare Una romantica donna inglese (1975), elegante e raffinato esercizio di stile con Helmut Berger, Glenda Jackson e Michael Caine, e Mr.Klein (1976), in cui uno splendido Alain Delon interpreta un mercante d’arte perseguitato dai nazisti in seguito ad uno scambio di persona, nella Parigi del ’42. Nonostante le apparenze, non è un film sull’antisemitismo, ma un saggio di stampo kafkiano sulla crisi d’identità e sull’indifferenza, calato in una dimensione di dramma esistenziale. Menzione particolare, inoltre, per Don Giovanni (1979), straordinaria trasposizione operistica del capolavoro di Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte, la cui messinscena teatrale rende però la visione decisamente ostica.

 

Joseph Losey muore a Londra nel 1984, all’età di settantacinque anni.

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