freefire

Dopo il passo falso di High Rise, Ben Wheatley torna a Torino e chiude la splendida kermesse torinese di quest’anno con Free Fire, dopo averlo già presentato con successo a Toronto e Londra. Ci troviamo a Boston nel 1978, un gruppo di militanti dell’IRA si incontra con dei trafficanti d’armi per l’acquisizione di un magazzino abbandonato, ma qualcosa non va per il verso giusto e finirà presto in una spietata sparatoria tra i due gruppi. Wheatley, con Free Fire gioca e si diverte con il genere, facendo divertire anche gli undici strepitosi gunfighters che, contrariamente dalla tensione drammatica che ci si aspetta da una situazione tragica e violenta di questo tipo, qui reagiscono emotivamente in maniera goliardica, con raffiche di battute irresistibili, totalmente estranee al contesto in cui si trovano, dato che  si stanno letteralmente facendo fuori uno ad uno.

In questa gioco al massacro Wheatley, che ha un rapporto piuttosto disincantato nei confronti della morte, gioca rimandandola, inserendo personaggi totalmente estranei che non riescono ad interferire in questa carneficina in cui sono stati imprigionati questi undici folli destinati a farsi fuori nella maniera più buffa e ironica possibile. I protogonisti, in pieno stile vintage anni ’70, ricalcano fedelmente gli stereotipi delle convenzione del genere; eccezionali le interpretazioni che vedono attori del calibro di Brie Larson, Sam Riley, Cillian Murphy, ma tra cui spiccano i ruoli degli strepitosi Armie Hammer e Sharlto Copley che si svelano due autentici e irresistibili gigioni, un po’ narcisi, tutto fuorché due gangster spacconi. Ci si affeziona inevitabilmente a tutti i protagonisti proprio perché il regista, oltre a mostrarci questa corsa alla sopravvivenza, si focalizza sulla tenacia e gli orgogli inattaccabili di ciascuno, cercando di svelare durante lo  scontro la storia personale e i caratteri di ognuno di loro. In questa maniera questo shoot-out di novanta minuti con sparatorie, insulti, situazioni grottesche e comiche strategie per la sopravvivenza diventano l’escamotage per intrattenerci e parlarci di questi atipici gunfighters che nutrono un forte attaccamento alla vita il quale li porta a resistere, sperando di potercela fare nonostante il destino implacabile. Al tutto si aggiunge un montaggio impeccabile e la splendida colonna sonora di John Denver direttamente funzionale alla scene pur essendo in voluta disarmonia con le immagini nei momenti più drammatici; i toni sono volutamente tutt’altro che grevi proprio per enfatizzarne il contrasto e dare spazio anche un po’ di sana compassione nei loro confronti.

Ben Wheatley crea un meccanismo perfetto in un thriller cruento ad altissima tensione che mescola l’exploitation tipico degli anni ‘70 e da cui emerge una personale rielaborazione del genere forte a tal punto che serietà, brutalità, ironia e divertissement diventano un tutt’uno inchiodando e travolgendo lo spettatore in questo folle gioco al massacro che coinvolge questi buffi e carismatici personaggi, colti da disavventure tragicomiche a tratti surreali.

Voto:3/4

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