lamechaniquedelombre

LA MÉCANIQUE DE L'OMBRE di Thomas Kruithof (concorso TORINO 34)

Scritto da Valeria Morini

Duval (François Cluzet) è un mite ma metodico impiegato che un esaurimento nervoso ha condannato alla solitudine e alla disoccupazione, con un passato da alcolista. La prospettiva di un impiego e di un buono stipendio lo spinge ad accettare la strana richiesta del misterioso Clément (Denis Podalydès), a capo di un’oscura agenzia per la sicurezza nazionale: trascrivere a macchina alcune intercettazioni telefoniche. Tra quelle infinite conversazioni, però, Duval ascolta l’audio di un omicidio, connesso a un complotto che lo trascinerà in un vortice di intrighi politici e regolamenti di conti tra servizi segreti ufficiali e deviati.

Al suo secondo film dopo Rétention, Thomas Kruithof confeziona un thriller ad alta tensione e di perfezione sorprendente, che va a guardare a quella tradizione del cinema paranoico americano degli anni Settanta - da I tre giorni del Condor di Sydney Pollock a La conversazione di Francis Ford Coppola – e all’algida drammaticità europea di Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck, il tutto aggiornato all’inquietante attualità (il controllo dei telefoni di comuni cittadini svelato dallo scandalo Snowden, le manovre dei partiti in politica estera per influenzare il voto). Teso e vibrante nonostante rifugga la spettacolarità esasperata del cinema action hollywoodiano, è un congegno a orologeria che tiene incollati allo schermo, supportato da un’ottima sceneggiatura e dall’interpretazione superba di un Cluzet sotto le righe, bravissimo nei panni di un uomo comune trasportato dagli eventi e affiancato con un bel cast di contorno (c’è anche la nostra Alba Rohrwacher). Grande cinema politico che mette i brividi, perché incute il sospetto di metterci di fronte a una storia terribilmente verosimile.

 Voto: 3/4

 

porto

PORTO di Gabe Klinger (concorso TORINO 34)

Scritto da Valeria Morini

L’incontro tra Jake (Anton Yelchin) e Mati (Lucie Lucas), due stranieri confusi tra le luci dell’incantevole Porto, diversi eppure così simili, dura appena lo spazio di una notte, ma ne condizionerà per sempre le vite. L’esordiente Gabe Klinger confeziona una storia d’amore dolente e appassionata a ritmo di jazz, convenzionale nella trama ma non nello sviluppo narrativo. Il film procede per capitoli, esplora i punti di vista di entrambi i protagonisti, frantuma la divisione temporale trasformando la vicenda in una serie di frammenti da comporre come un puzzle. Perché l’amore stesso è fatto di piccoli pezzi di vita, sguardi, respiri, momenti di intensità tale che sembrano durare un’eternità. Quella di Klinger è una coproduzione tra Stati Uniti e Paesi europei (Francia, Polonia, Portogallo) che profuma di aroma indie. A produrre, non a caso, è Jim Jarmusch; peccato che del cinema intimista e profondo del grande cineasta americano, questa pellicola sia solo una copia gradevole ma un po’ sfocata. Impossibile, comunque, non restare affascinati dall’atmosfera funerea che lo pervade per ragioni tristemente extracinematografiche: Porto ricorda nei ringraziamenti i defunti Chantal Akerman (voce off nel film) e Manoel De Oliveira ed è soprattutto una delle ultime prove di Anton Yelchin, scomparso ad appena 27 anni e qui alla sua interpretazione probabilmente più intensa e sofferta.

Voto: 2,5/4

 

 

vetar

VETAR/WIND di Tamara Drakulic (concorso TORINO 34)

Scritto da Valeria Morini

Costretta a trascorrere le vacanze con il padre nell’amena località del delta del fiume Bojana (Montenegro), Mina è un’adolescente annoiata come tante, legata al genitore da un rapporto tenero quanto conflittuale. In quegli spazi incontaminati, tra turisti dediti a sport acquatici e atmosfere hippie, sperimenta i primi passaggi verso l’età adulta, dalle delusioni familiari all’attrazione per un prestante surfista. Al suo primo lungometraggio di finzione, la serba Tamara Drakulic racconta in sottrazione un classico coming of age, asciugato dai dialoghi e sospeso tra silenzi, inquadrature suggestive e una colonna sonora ammiccante (vedi la hit anni Sessanta Needles And Pins). Un esordio delicato ma acerbo, che sa decisamente di già visto. La location scelta non è casuale: nei titoli di coda, la regista lancia infatti un appello per la preservazione dell’ecosistema del delta del Bojana, la cui privatizzazione degli spazi ne mette a rischio la biodiversità e la sopravvivenza di una colonia di fenicotteri.

Voto: 2/4

taang 

TA'ANG di Wang Bing (TFFDOC)

Scritto da Simone Soranna

Sulla carta, Ta'ang potrebbe essere la risposta cinese a Fuocoammare. Wang Bing, proprio come Gianfranco Rosi, realizza un documentario incentrato sul flusso migratorio questa volta scaturito da una terribile guerra civile che costringe migliaia di profughi a scappare in cerca di pace. Se la base tematica e contenutistica è simile (almeno umanamente parlando) è lo stile adottato dal cineasta cinese a stimolare un confronto e un approfondimento maggiore. Wang Bing infatti non è minimamente interessato al distacco preciso e geometrico attuato da Rosi, quanto piuttosto a un coinvolgimento feroce e violento dello spettatore. Lo stile grezzo e secco con il quale il film prosegue per tutta la sua (eccessiva?) durata non facilita una visione lineare o fluida, ma ha sicuramente il pregio di disturbare il pubblico e immedesimarlo nella precarietà che attanaglia i personaggi in scena (strepitosa la sequenza delle bombe roboanti dietro la collina, spia evidente ma invisibile di una minaccia tenebrosa e pronta a colpire). Ta'ang è un'esperienza da vivere prima che un film da vedere, un'opera che accorcia notevolmente (se non addirittura azzera) la distanza che intercorre tra regista e soggetti e prova a ricreare un "qui e ora" spontaneo e mirato a risvegliare le coscienze dei più.

Voto: 2,5/4

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