clash

ESHTEBAK-CLASH di Mohamed Diab (FESTA MOBILE)

Nel 2013, appena due anni dopo il movimento che depose Mubarak e portò all’elezione del primo presidente eletto democraticamente, Mohamed Morsi, una nuova manifestazione depose il leader dei Fratelli Musulmani riconsegnando il potere nelle mani dei militari. Il giovane Mohamed Diab rievoca quei giorni di proteste in un piccolo grande film che mette in scena il fallimento di una rivoluzione e di un grande Paese intrappolato nelle sue contraddizioni sociali, politiche e religiose. Sono in trappola anche i suoi circa venti protagonisti, arrestati e ammassati all’interno di un furgone della polizia, a prescindere dalle diverse provenienze: ci sono giornalisti, esponenti dei Fratelli Musulmani, sostenitori dell’esercito, un tempo uniti nello spirito rivoluzionario e ora nemici, impegnati in un gioco al massacro senza un attimo di tregua, nel terrore dell’inferno che li circonda al di fuori di quella minuscola prigione di acciaio. Signori e signore, benvenuti nel grande cinema egiziano, quello che dall’universo di nicchia dei festival (prima di Torino, Clash ha aperto l’Un Certain Regard di Cannes 2016) meriterebbe pienamente di arrivare alle sale.

L’opera seconda di Diab, sceneggiata con precisione chirurgica insieme al fratello Khaled, è un thriller claustrofobico dal ritmo incalzante quanto basta per piacere al grande pubblico e una metafora di semplicità disarmante (ma non banale) per capire la complessità della situazione egiziana. Il giovane regista aggira i limiti dell’unità di luogo e di tempo e li trasforma anzi in una carta vincente, grazie alla capacità straordinaria di racchiudere un’ora e mezza di urla, sangue, lacrime e risate in uno spazio angusto come raramente il cinema recente ha saputo fare. Merito della scrittura (difficile trovare un personaggio sfocato, anche se relegato in pochissimi minuti di dialogo) e, ovviamente, anche degli interpreti, tutti incredibilmente bravi.

Voto: 3/4

 

laochi

 

LAO SHI/OLD STONE di Johnny Ma (FESTA MOBILE)

 

Per colpa di un cliente ubriaco, un tassista investe un uomo in motocicletta. La decisione di soccorrerlo e portarlo in ospedale salvandogli la vita, anziché attendere l’arrivo della polizia, gli costerà caro: l’assicurazione si rifiuta di pagare e sarà proprio lui ad accollarsi le spese delle cure, fino al tracollo finanziario ed esistenziale. Si riallaccia al filone realistico del nuovo cinema cinese questo crudo dramma sociale che racconta di un uomo stritolato da un sistema malato e da una burocrazia corrotta che trascinano l’essere umano verso una spirale di disperazione e, conseguentemente, di meschinità e disonestà. Imperfetto e non del tutto convincente, ma interessante – considerato che il regista cinocanadese Johnny Ma è al suo esordio – si trasforma quasi in una versione nichilista di Ladri di biciclette, con discesa in un abisso crudele e finale anticonsolatorio. Bravissimo il protagonista Gang Chen, con lo sguardo e l’incedere di un antieroe da noir psicologico d’altri tempi.

Voto: 2/4

 

mooya

MOO YA di Filippo Ticozzi (TFFDOC)

Abitante di uno sperduto villaggio dell’Uganda, Opio è un musicista ugandese cieco di 60 anni, che, nonostante il suo handicap, si muove tra i terreni accidentati della savana e vive una vita semplice in una civiltà ancora lontana dagli agi del consumismo, confortato dalla musica, dalle notizie che gli giungono alla radio, dalle preghiere mattutine. Il regista pavese Filippo Ticozzi, una carriera tra corti e documentari, segue il viaggio, tra città e suggestivi paesaggi incontaminati, di questo personaggio che si fa simbolo di un Paese e di un’Africa sospesa tra un grande senso di dignità, a dispetto della sua indigenza, e i ricordi di un passato sanguinoso e incancellabile. Al percorso di Opio si alternano infatti le testimonianze di persone del posto, che ricordano le indicibili violenze subite durante la guerra civile combattuta negli anni Ottanta tra l’esercito e l’LRA di Joseph Kony. La regia di Ticozzi è invisibile e l’approccio più contemplativo che narrativo, con la giustapposizione di episodi e interviste senza un vero filo temporale. L’impressione è di trovarsi di fronte a un’opera interessante e di grande impatto visivo ma irrisolta, da cui ci aspetterebbe un’esplorazione più intensa dei personaggi e dell’aspetto storico-sociale.

Voto: 2/4

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