deathinsarajevo

Dopo essere stato presentato in concorso alla Berlinale 2016, dove si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria e il Premio FIPRESCI, Death in Sarajevo arriva al Torino Film Festival diventando uno degli appuntamento clou di tutta la rassegna. Il bosniaco Danis Tanović ha realizzato un'opera di solidissima scrittura che è un trattato di Storia aggiornato alle esigenze cinematografiche più attuali, configurandosi come un esempio cristallino di riflessione sul passato che guarda a un futuro purtroppo sempre più incerto. Sarajevo, 28 giugno 2014. Nel giorno del centenario dell'attentato che scatenò la Prima guerra mondiale, il lussuoso Hotel Europa deve ospitare una delegazione di diplomatici e politici in città per commemorare lo storico evento. Oltre alle tensioni che deve sopportare il direttore dell'albergo Omer per organizzare tutto al meglio, si intrecciano le storie di una responsabile della reception e di sua madre, di una giornalista televisiva, di un ospite francese, di un addetto alla sorveglianza e di un fanatico politico.

Sovrapponendo teatro e cinema, Tanović mette in scena una satirica e spietata (ri)lettura della Storia capace di scuotere la coscienza collettiva di un Paese incapace di trovare il giusto spirito e la giusta coesione interna anche nei momenti di rivolta verso le oppressioni dall'alto (significativo, in questo senso, lo sciopero destinato a concludersi con un nulla di fatto). Basato sulla pièce Hotel Europa del filosofo francese Bernard-Henri Lévy, il film gioca sulla sua rappresentazione cinematografica costruendo un perfetto congegno di scrittura che scava nel profondo delle contraddizioni di una terra, quella dell'ex Jugoslavia, profondamente divisa e costretta a fare i conti con la propria natura scissa.

Straordinaria l'idea di ambientare l'intera vicenda, girata quasi in tempo reale, all'interno degli spazi chiusi di un grande albergo, non-luogo che isola i personaggi dal mondo esterno (reale), accentuandone le tensioni nei rapporti interpersonali: un metaforico palcoscenico in cui passano in rassegna violenza verbale e fisica, disillusione e rassegnazione. Nella notevole galleria di personaggi, spicca il maestro di cerimonia Omer, il cui progressivo sprofondamento nell'abisso ha uno spiccato valore simbolico. Il quadro di una sconfitta, dal gesto dell'attentatore serbo-bosniaco Gavrilo Princip contro l'arciduca Francesco Ferdinando del 1914 fino agli anni della crisi economica, della paura e delle paranoie contemporanee. Tanović ribalta specularmente la Storia in un gioco al massacro che sancisce la “morte dell'Europa”, costruendo un apologo modernissimo in cui il ricordo del passato e il presente sono spesso filtrati dagli schermi digitali (asettiche riprese TV, circuiti di sorveglianza). Un esempio di cinema politico in cui i virtuosismi della regia sono sempre funzionali al racconto. 

Voto: 3/4

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