sully

Si parla spesso di prime volte in Sully, presentato in anteprima al 34esimo Torino Film Festival. La prima volta che il comandante interpretato da un perfetto Tom Hanks si ritrova a fare i conti con un simile incidente, la prima volta in cui a seguito di un ammaraggio non vi siano vittime, la prima volta di un incidente aereo che a New York non veicola terrore e morte, ecc. La domanda che Clint Eastwood si pone però è: siamo pronti? Siamo pronti ad accogliere un eroe? Siamo pronti a riconoscere un miracolo? Siamo pronti a guardare in faccia la realtà senza lasciarci intimorire dall’ingombrante presenza dei ricordi? Dopo aver affrontato la minaccia invisibile del terrorismo e, successivamente, quella ancor più gravosa del sospetto nei confronti del diverso (sfociato in uno stato di precaria lucidità e costante tensione), l’America di oggi osserva se stessa senza sapersi più riconoscere. Eastwood insiste nel posizionare i suoi personaggi di fronte a un vetro che restituisce i loro volti in trasparenza mentre questi sono intenti a osservare una realtà fittizia, condizionata dalle loro più recondite paure. Dunque non è caso che il film si apra proprio con un sogno o, per meglio dire, un incubo ricorrente covato non solo dal protagonista quanto da un’intera nazione.

La tensione, la diffidenza, la necessità di riconoscere nel volto di qualcuno un capro espiatorio contro cui dover (o voler) puntare l’indice sono i sentimenti nutriti in maniera profonda e vivida proprio da quel Paese che da sempre si vanta per l’accoglienza e la possibilità di realizzare i propri sogni. L’America non si riconosce più (ecco perché il riflesso dei personaggi è ripreso in trasparenza su vetrate e non nel perfetto simulacro degli specchi) e rinuncia alla serenità e alla lucidità d’interpretazione che le furono proprie.

L’elemento umano è accantonato, l’ingenua ma spontanea capacità di meravigliarsi viene messa in secondo piano a favore del freddo e razionale calcolo informatico. I conti devono obbligatoriamente tornare e le ipotesi di incertezze non sono consentite. L’imprevedibile non è più contemplato e se, come sottolinea il comandante Sullivan in tribunale, è proprio il fattore umano a risultare impossibile da replicare nei test computerizzati, allora la parabola di Sullivan diventa l’occasione perfetta per Eastwood di raccontare le gesta dell’ennesimo anti-eroe della sua carriera cinematografica.    

C’è sempre una prima volta. Così come ce ne fu una prima durante l’11 Settembre, anche quel 15 Gennaio del 2009 sull’Hudson si è trattato di un evento unico. Bisogna “solo” essere capaci di accantonare il passato e le sue minacce per cercare di riappropriarsi di un futuro, privarsi di congetture E dopo avere celebrato i funerali (in tutti i sensi) di una nazione in American Sniper, Sully è l’ideale (e inevitabile) tassello successivo di un disegno autorale sempre più chiaro e preciso che, con la pace dei detrattori ideologici del regista in questione, designa Eastwood tra gli osservatori più attenti e minuziosi di cui il cinema americano abbia goduto.

Voto: 3/4

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