pietaNon pensi mai, scultore né artefice raro, potere aggiungere di disegno né di grazia, né con fatica poter mai di finezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michelagnolo vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et il potere dell'arte

 

Giorgio Vasari, parlando de La Pietà di Michelangelo

 

 

Kim Ki-duk è tornato. È tornato davvero. Al suo livello. In pochi l’avrebbero pronosticato dopo l’evento che lo allontanò dal mondo del cinema nel 2008.

La storia è cosa nota: durante le riprese di Dream, la quindicesima poesia di Kim, un incidente sul set mise a rischio la vita di un’attrice del cast. Da quel momento, il regista sparì in una sorta di ritiro spirituale, una parentesi catartica raccontata nel documentario autobiografico Arirang, che poco più di un anno fa segnò il ritorno dell’autore coreano sulle scene mondiali. A Cannes, dove vinse il premio della sua categoria.

Ma da quel luogo, innevato e surreale, dove l’abbiamo visto, nel documentario sopracitato, piangere, mangiare, soffrire, Kim sembra essere sceso realmente soltanto oggi.

 

 

Pietà si è mostrato. Non come un fulmine a ciel sereno, ma come un raggio di luce a ciel nuvoloso.

Protagonista è un uomo della periferia di Seoul, che si guadagna da vivere raccogliendo, violentemente se necessario, i crediti degli usurai.

Cresciuto senza una famiglia, l’uomo vive una vita segnata da miserie e solitudine, fino al momento in cui una donna si presenta alla sua porta dicendo di essere sua madre.

Quello che appare più curioso dopo un primo sguardo a Pietà, è che sembra un incrocio tra il Kim Ki-duk dei primi film e quello degli ultimi: c’è infatti tutta la brutalità, formale e contenutistica, di lavori come L’isola o Bad Guy a cui si unisce l’estetica delicata di opere come Time e Soffio.

In mezzo a questi c’è Pietà. Come c’erano, in altri tempi, Primavera, estate, autunno inverno e… ancora primavera e Ferro 3: i suoi titoli ancor oggi più famosi.

Come quelli, e come tanti altri della sua filmografia, Pietà è un’opera dove bisogna ricordarsi di non prescindere dalla visione che il regista ha voluto dare della società coreana. E non solo.

La follia del capitalismo, questo è ciò che Kim ha dichiarato in conferenza stampa essere la tematica principale della sua opera. Una follia rappresentata non solo dal protagonista, ma dai personaggi di contorno, dai passanti, dalle case. Siano esse normali appartamenti o tende o baracche.

Ogni dettaglio visivo pare studiato perfettamente. Kim Ki-duk d’altronde faceva il pittore, a Parigi. Poi ha iniziato a fare film. Ognuno lo girava e montava in poche settimane. Vale anche per Pietà: uno dei suoi lavori più toccanti e sconvolgenti in assoluto.

Un film in cui si rimane immobili guardandolo. Un film in cui non si può che rimanere sbigottiti da ogni svolta narrativa, da ogni azione, da ogni colpo di scena.

Un film dove gli esseri umani contano come oggetti di scambio, dove ogni forma di umanità appare impossibile. Ogni tipo di fratellanza e affetto appare impossibile, fino a quando non si trova qualcosa (qualcuno?) da perdere. O forse ci si illude soltanto di averlo trovato.

Presto il film uscirà in Italia (il 14 settembre) e torneremo a parlarne, riflettendo maggiormente su possibili scelte che, per evitare ogni tipo di spoiler, al momento sembra meglio tenere nascoste.

Quello che però possiamo dire è che Kim Ki-duk è tornato. Al suo meglio. Come l’abbiamo sempre conosciuto. Senza limitazioni. Senza compromessi. Senza paura. Senza pietà. Kim Ki-duk è tornato.{jcomments on}

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