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Ad Amber, diciassette anni, le etichette “maschile” e “femminile” stanno strette. Amber si spalma sul corpo gel al testosterone, utilizza il pronome svedese neutro e consulta una psichiatra nel tentativo di farsi diagnosticare una disforia di genere e risultare dunque idonea alla mastectomia. Nel frattempo, Amber vive una vita comune a quella di molti adolescenti: esce con gli amici, litiga, si innamora, beve, si scatta selfie a cui aggiunge filtri Snapchat e si annoia chattando su Tinder.

Presentato in anteprima mondiale al Panorama della Berlinale 2020, ora in concorso nella sezione “Nuovi sguardi” di Sguardi Altrove Film Festival, Always Amber è il primo documentario delle registe svedesi Lia Hietala e Hannah Reinikainen. Il film segue la protagonista per tre anni, alternando video registrati da Amber stessa (“Mi hanno dato questa videocamera per riprendermi a scuola. Forse pensano che la mia vita sia divertente, o qualcosa del genere”) con i frame raccolti dalle registe, i filmati di famiglia, le storie di Instagram di Amber e dell’amico/nemico Sebastian.

L’obiettivo di Hietala e Reinikainen è quello di raccontare un’intera generazione queer che rivendica per sé un’identità fluida, libera e moderna. Un obiettivo rispecchiato dalla colonna sonora alt-rock, dal trucco punk dei personaggi e dall’atmosfera gotica che si respira nel corso del film, ma anche dalla eterogeneità del racconto, dalla scelta di utilizzare diversi tipi di riprese video, come a voler rompere gli schemi anche sullo schermo.

Certo, la Stoccolma di Amber sembra un mondo utopico, quasi surreale per lo spettatore italiano che ancora combatte perché ogni diritto LGBTQIA2S+ venga riconosciuto. D’altra parte, lo spettatore fatica a empatizzare con la protagonista, che non si mette mai completamente a nudo davanti alla telecamera, e non confida i (pur presenti) turbamenti nell’affrontare il percorso di transizione di genere, se non nella scena finale, un intimo dialogo tra Amber e la compagna Olivera in una vasca da bagno. Ma forse è questo l’obiettivo delle registe: non accusare le discriminazioni o le difficoltà subite dalle persone transgender, ma darne una prospettiva nuova: un’isola felice dove tutte le persone sono accettate per quello che sono e per come si percepiscono.

Voto: 2,5/4

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