Port

Due giovani portuali vedono nella boxe la speranza di un guadagno facile e la possibilità fuga da una vita dura: uno dei due è un pugile dal pugno micidiale, l'altro, sregolato e fanatico delle Tartarughe Ninja, vuole fargli da manager. Il duo resta però coinvolto in un torbido giro di incontri in un locale malfamato, mentre l'aspirante boxeur s'invaghisce della figlia del suo allenatore, rimasta invalida dopo un incidente. The Port, diretto dalla regista Aleksandra Strelyanaya e presentato in concorso a Sguardi Altrove Film Festival, è una cruda rappresentazione della Russia contemporanea e dei suoi ambienti più underground, marginali e disagiati.

Calato in un sottobosco periferico, squallido e criminale cui fanno da contrappeso la purezza della co-protagonista femminile, il suo dramma famigliare e la sua lotta ostinata per la guarigione, il film è certamente derivativo per certi stilemi narrativi ricorrenti nel genere (la boxe come occasione di redenzione, l'accoppiata dei due amici che ricordano inevitabilmente l'archetipo scorsesiano di Mean Streets), ma a tratti efficace nel tratteggiare un mondo intriso di violenza, e altrettanto privo di speranza.

The Port mostra un'acerbità e un'incompletezza evidenti a livello di scrittura e sviluppo narrativo, ma la regista compensa con buone qualità registiche e tecniche, all'insegna di un notevole dinamismo nella messa in scena. Soprattutto, la Strelyanaya trova le facce giuste per il suo viaggio in un nero abisso metropolitano. Bravissimi i tre protagonisti e tutti i comprimari, tra cui si distingue la boss gitana spietata e al contempo romantica: una villain magnifica.

Voto: 2/4

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