città che cura

Il documentario italiano continua a fornire proposte interessanti, come nel caso di La città che cura, presentato nella sezione Frame Italia di Sguardi Altrove Film Festival. Diretto dalla regista Erika Rossi, il film (in tour in una selezione di sale italiane) ritrae un caso di eccellenza lodevole quanto misconosciuto del servizio sanitario italiano: quella delle Microaree di Trieste, enti eredi dell'idea di cura basagliana che operano nel capoluogo friulano in aree periferiche particolarmente disagiate e ad alta densità abitativa, fornendo assistenza quotidiana a malati, anziani e bisognosi. Il doc mostra in particolare la Microarea di Ponziana, seguendo a distanza ravvicinata l'operatrice Monica Ghiretti e tre pazienti con esigenze diverse: Plinio, un anziano pianista che non vuole uscire di casa, Roberto, provato dagli effetti di un grave ictus, e Maurizio, alle prese con le conseguenze di una vita di eccessi.

Con occhio attento ed estremo tatto, la regista resta invisibile in questo viaggio all'interno di una realtà straordinaria e, senza orpelli né virtuosismi tecnici, ci introduce completamente nelle esistenze e nelle storie dei suoi protagonisti, mostrandoci il lavoro paziente di Monica, degli infermieri e degli assistenti sociali e la vita quotidiana di Microarea, centro nevralgico del quartiere che, attraverso un servizio che va ben oltre il semplice sostegno medico, ha saputo costruire una grande coesione sociale e restituire agli bitanti un autentico senso di comunità. La città che cura tratteggia le difficoltà che ogni giorno vengono affrontate da questi operatori, ma mostra anche momenti molto intimi e delicati legati ai differenti problemi di salute dei tre protagonisti, offrendo una grande lezione di umanità senza mai scadere nella morbosità o nella retorica.

Il film della Rossi (triestina che nei suoi titoli precedenti ha dedicato ampio spazio alla rivoluzione medica di Franco Basaglia) è un'opera rigorosa che conferma l'ottimo stato di salute del cinema del reale, ma la sua importanza va ben oltre il mero discorso artistico e risiede soprattutto nella possibilità di diffondere la conoscenza di un modello socio-sanitario innovativo (concentrato in primis sulle persone, anziché sui problemi e sulle malattie) che potrebbe essere rivoluzionario e replicabile sul territorio nazionale.

Voto: 3/4

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