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In questi anni abbiamo assistito a diversi tentativi di riprendere saghe del passato per farne reboot o remake, spesso con risultati alquanto discutibili. In particolare il mondo del cinema e delle serie tv, seppur sfornando sempre nuove idee e nuovi talenti, nei suoi momenti di maggiore difficoltà ha deciso di raccogliere a piene mani dall’immaginario passato per riportare sul grande e il piccolo schermo cult che con gli anni sono entrati indelebilmente nella memoria degli spettatori, pescando nell’oceano di ricordi provenienti principalmente dagli anni Ottanta. Chi scrive si è appassionato alla settima arte partendo, soprattutto per questioni anagrafiche, proprio grazie a tali lungometraggi, per questo forse non vede sempre di buon occhio il rimescolare e il miscelare personaggi e storie che considera in parte un pezzo della propria infanzia. Di fronte alla serie tv Cobra Kai però gli ideatori Josh Heald, Hayden Schlossberg e Jon Hurwitz sono riusciti a ricreare in maniera eccellente parte delle atmosfere che aleggiavano intorno alla saga di Karate Kid rendendo nel contempo l’operazione fruibile anche per le nuove generazioni che si affacciano per la prima volta a tale mondo, senza scadere semplicemente in una campagna nostalgica ma sviluppando trama e caratteri in modo intelligente e mai banale.

Uno dei punti di forza e forse quello fondamentale è il ritorno dei protagonisti principali nei loro rispettivi ruoli: Ralph Macchio nei panni di Daniel LaRusso, Martin Kowe in quelli di John Kreese ma soprattutto William Zabka nel rivale Johnny Lawrence. È proprio quest’ultimo la sorpresa più gradita dell’intera serie tv, complice un rovesciamento dei punti di vista che lo vede ora, 34 anni dopo le vicende del primo capitolo della saga, al centro della storia. Se Daniel LaRusso ha saputo costruirsi un presente di successo come venditore d’auto di prima fascia, sfruttando ancora la sua fama come vincitore dell’indimenticato torneo di karate di All Valley del 1984 nei suoi spot pubblicitari, Lawrence se la passa decisamente peggio, vivendo alla giornata e mantenendosi grazie a lavori saltuari. È da qui che parte la nostra storia che porterà il personaggio di Zabka a riaprire lo storico dojo del Cobra Kai e a riaccendere la mai risolta rivalità tra lui e LaRusso.

Quella che sembra essere una semplice rivisitazione delle vicende del primo capitolo di Karate Kid si trasforma con il passare delle puntate in un vero e proprio viaggio di formazione che vede come protagonisti i due storici contendenti, non più nel ruolo di allievi ma in quelli di maestri. Se da un lato i due prendono il posto dei loro sensei nei rispettivi dojo, il Cobra kai per Lawrence e il Miyagi Do Karate per LaRusso, dall’altro si ritrovano a fare i conti con aspetti ancor più importanti della vita come la paternità e tutte le responsabilità e i doveri che porta, un nuovo ruolo di guida e modello tutt’altro che facile da interpretare. Questa nuova prospettiva rende la storia ad ogni episodio sempre più avvincente e con il passare degli stessi ci ritroviamo a rivalutare la figura impersonata da Zabka che, seppur con i suoi modi rudi e decisi e non senza imprevisti e difficoltà, riesce, anche rispetto al suo antagonista, a migliorarsi e a far tesoro di parte degli errori del passato, rendendo il proprio dojo un luogo di rivalsa e di crescita per molti dei suoi allievi. Quel “Nessuna pietà”, parte dello slogan del Cobra Kai, si trasforma a poco a poco in onore e rispetto per gli avversari nella prospettiva di Lawrence; ed è proprio questo che il personaggio di Daniel LaRusso fatica a comprendere e in parte ad accettare, non riuscendo ad applicare a pieno gli insegnamenti del compianto sensei Miyagi, più volte rimarcati nel corso delle puntate. Non siamo più insomma di fronte ad una completa e rigida dicotomia tra buoni e cattivi ma a svariate sfumature che ci fanno parteggiare per l’una o per l’altra fazione a seconda del momento in cui ci troviamo. Lo stesso accurato uso dei flashback con immagini prese dal primo film e i racconti dell’infanzia di Lawrence ci fanno riconsiderare come da ragazzo il giovane karateca abbia subito in realtà l’insegnamento di cattivi maestri come John Kreese prima e il padre adottivo poi, ed è per tale motivo che si è ritrovato a prendere strade sbagliate.

All’interno di questo canovaccio si inseriscono sottotrame che vedono come protagonisti nuovi giovani personaggi, i cui rapporti con quelli principali forniscono un’altra base fondamentale per la riuscita della serie. Tra questi troviamo sicuramente Miguel Diaz (Xolo Maridueña), allievo di maggior talento del Cobra Kai; Samantha LaRusso (Mary Mouser), figlia di Daniel LaRusso e Robby Keene (Tanner Buchanan), figlio invece di Lawrence. L’introduzione di questi caratteri non fornisce solamente un tentativo di svecchiamento del programma con il conseguente espediente di generare nuovo appeal nei confronti di un target più giovane di pubblico, cosa in parte vera, ma anche un’ulteriore dimensione di analisi del tema principale della vicenda che, come accennato già in precedenza, riguarda l’insegnamento e l’apprendimento, fondamentali nel percorso di crescita di ognuno, mai scontati e mai da sottovalutare.

Si può quindi affermare che Cobra Kai è una serie TV riuscita da più punti di vista, facile da vedere, grazie anche ad episodi di breve durata, e sempre pronta a coinvolgere lo spettatore, sapendo, a seconda delle situazioni, lavorare su più registri emotivi, senza mai prendersi troppo sul serio ma sfruttando a dovere citazioni e riferimenti del suo background passato anche con un pizzico di ironia. L’utilizzo di flashback risulta ottimamente inserito nel contesto della vicenda e permette anche a chi non ha mai visto i film di Karate Kid di poter usufruire di tale prodotto. Non siamo comunque di fronte alla totale assenza di difetti, in particolare la recitazione non risulta sempre all’altezza, seppur mitigata da una buona sceneggiatura, e anche la regia, in parte per scelta, non è delle più moderne anche se lineare e precisa, in stile anni Ottanta.

Non ci resta che attendere le già annunciate stagioni tre e quattro per dare un giudizio definitivo su questa serie ma le premesse, tutt’altro che scontate, sono decisamente promettenti.

Voto: 2,5/4

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