Suburra--La-Serie-immagine-Netflix-02

Disponibile su Netflix

Un minaccioso effetto vertigo sulla maestosa e intimidatoria facciata della basilica di San Pietro incombe sullo spettatore alla prima inquadratura: Suburra – La serie riapre le porte dell’inferno Roma.

Sin dall’incipit appare evidente l’intento del progetto (che ricordiamo costituisce la prima serie tv italiana targata Netflix), ovvero riallacciarsi all’omonimo film di Stefano Sollima da cui è tratto per andare ad analizzare in maniera più approfondita e meticolosa il sudiciume e la spietata criminalità che si nascondono dietro l’immagine sacra della capitale. Corruzione e immoralità dilagano fra le file del crimine organizzato, rappresentato dai giovani Numero 8 - qui ancora un acerbo Aureliano - e Spadino (ritornano nei ruoli Alessandro Borghi e Giacomo Ferrara); fra le alte sfere governative, dove l’(apparentemente) integerrimo e popolare Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro) si lascia facilmente traviare dal boss Samurai (Francesco Acquaroli) per assicurarsi un cursus honorum che gli rechi un successo sino a quel momento mai sfiorato; fra la gioventù benestante, rappresentata dal “bravo ragazzo” Lele (Eduardo Valdarnini), studente universitario di giorno e organizzatore di festini a base di cocaina e prostitute la notte; fra, ovviamente, le “immacolate” alte cariche ecclesiastiche, di cui vengono portati alla luce scheletri nell’armadio e depravazioni. Insomma, tutte quelle tematiche messe in gioco nel film vorrebbero ritornare qui ancora più schiette e accattivanti. Tuttavia, la domanda non può che sorgere spontanea: qual è l’apporto effettivamente innovativo di Suburra – La serie? L’impressione è infatti quella che l’opera, co-diretta da Michele Placido, Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi, abbia voluto ostinatamente cavalcare l’onda della “moda della malavita” avviata prima con Romanzo Criminale, successivamente ben rodata con Gomorra (anch’esse, tra l’altro, derivate da un precedente lungometraggio) e ulteriormente ribadita nel film di cui costituisce una costola, finendo per assimilarne scrupolosamente atmosfere e dinamiche sicuramente accattivanti, ma allo stesso tempo già ampiamente scandagliate. Anzi, soprattutto per quanto riguarda l’affermata serie tv ambientata in terra partenopea, i rimandi e le ispirazioni sono talmente evidenti da indurre a vedere in Suburra – La serie una sorta di sua copia “cugina”, tuttavia non altrettanto verace e seducente. Certo, per i fan del film e del genere la possibilità di un approfondimento su quei personaggi (Numero 8 in primis) che nell’opera di Sollima costituivano i singoli e (a tratti) poco sfaccettati tasselli di un grande mosaico condannato all’autodistruzione può ovviamente destare interesse, ma l’inserimento di nuovi volti non ugualmente convincenti (prima su tutti una Claudia Gerini senza scrupoli nel ruolo di revisore dei conti della commissione vaticana), rischia di ridurre l’insieme a un calderone di buoni propositi destinati al fallimento.

La speranza è che, dopo due prime puntate non esattamente folgoranti, la serie riesca a liberarsi dalle catene del manierismo e a spiccare effettivamente il volo, anche se il presentimento è che finisca al contrario per arenarsi su un’esagerata artificiosità e, soprattutto, su tempi narrativi eccessivamente protratti e non adeguati al contenuto – già fin troppo inflazionato – della messa in scena.

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