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“Apri tutto, smarmella”, “a cazzo de cane”, “qualità o morte”: quando una serie funziona, i suoi modi di dire, i neologismi, i lessemi ricorrenti diventano tormentoni anche nella vita quotidiana. Ed è difficile che un addetto ai lavori non sorrida quando un collega gli chiede di aprire tutto: ma il bello di Boris è che, pur essendo una satira della fiction televisiva italiana e dei perversi meccanismi che vi si celano dietro, è riuscita con le sue tre stagioni a fare breccia in un pubblico molto più vasto.

Merito sicuramente di una brillante scrittura, che non risparmia strizzate d’occhio ai colleghi, riuscendo sempre però ad evitare l’eccesso di autoreferenzialità, ma anche di un cast di personaggi indimenticabili, ognuno “con i propri dolori” dentro e fuori dal set, umanissimi e fortemente caratterizzati a un tempo.

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C’è Renè Ferretti, il regista lacerato dall’eterno conflitto tra ambizione artistica e vile pecunia, cui dà corpo gargantuesco uno straordinario Francesco Pannofino. C’è Arianna Dell’Arti, la bella e brava Caterina Guzzanti, inflessibile e stakanovista assistente alla regia con problemi di anaffettività. C’è il mitico Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti), il divo isterico in pieno delirio di onnipotenza, e la “cagna maledetta” Corinna, un’insospettabilmente autoironica Carolina Crescentini. Ci sono gli esilaranti addetti ai lavori: il cocainomane Duccio Patanè (Ninni Bruschetta) che conosce solo due modi di dirigere la fotografia, aprendo e chiudendo tutte le luci e il povero stagista schiavo, detto amichevolmente “Merda” (Carlo Luca De Ruggieri), simbolo di un’Italia che ci crede ancora, ma che poi si rivela a sorpresa l’ennesimo raccomandato. C’è il capo elettricista Augusto Biascica (uno splendido Paolo Calabresi), romanista violento in crisi eterna per colpa dei beckettiani straordinari di aprile. E c’è Alessandro (Alessandro Tiberi), l’ultimo arrivato, il cinefilo innamorato che detiene caparbiamente un’idea romantica di cinema come fabbrica dei sogni, mai disposto a cedere davanti alla cruda realtà, e che incornicia con il suo sguardo ancora incantato il delirio del set.

Una galleria straordinaria cui si aggiungono le partecipazioni speciali: da un esilarante Corrado Guzzanti nei panni dello psicopatico violento Mariano a Giorgio Tirabassi, carismatico direttore della fotografia, da Marco Giallini, attore allergico all’igiene personale, a Paolo Sorrentino, disposto a farsi sbeffeggiare e a essere scambiato per il collega Garrone, dal cameo di Valerio Mastandrea a Massimiliano Bruno con il suo vulcanico Martelloni, fino all’inossidabile Roberto Herlitzka chiamato suo malgrado a interpretare Nonno Alberto. E poi, naturalmente, ci sono i tre sceneggiatori (Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo e Andrea Sartoretti), le parche che intessono le trame della soap opera più scalcagnata della tv, Gli occhi del cuore, a tempo perso, tra una partita di tennis e una gita in barca, tanto sono strapagati.

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Una metariflessione esilarante ed efficacissima su un universo, quello della fiction italiana, fatto di scarsa qualità, difficili equilibri politici, attori raccomandati e attricette da quattro soldi che si fanno strada a forza di colpi di “zinna”, in cui i meccanismi dietro il prodotto finale vengono sviscerati senza pietà e in cui, per chi è del mestiere, è impossibile non riconoscere persone e fatti. Dal produttore maneggione che fa sparire il budget (Alberto Di Stasio) al delegato di rete (Antonio Catania) totalmente incompetente e arrogante, dalla figlia raccomandata del ricchissimo imprenditore (Eugenia Costantini) alla segretaria di edizione ubriacona (Roberta Fiorentini), ci sono tutte le figure che gravitano intorno a una produzione televisiva, dove il diktat “qualità o morte” viene spesso sostituito dal più prosaico e realistico “abbasso la qualità, viva la merda”.

Un successo, quello della serie, replicato al botteghino da Boris – Il Film uscito nel 2011 per la gioia di tutti i fans che ancora attendevano di sapere se Occhi del Cuore 3 avrebbe mai visto la luce.

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Sono passati 10 anni dalla messa in onda della prima stagione e ancora Boris miete vittime, soprattutto tra chi ha capito che “questa è l'Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c'è la morte!” E se questo era e rimane lo scenario contemporaneo, dentro e fuori dal mondo della creazione artistica, non ci resta che riderne, amaramente, con i personaggi del dietro le quinte più folle e realistico di sempre.

Grazie Renè, grazie ragazzi per essere stati così “poco italiani”.

E dai, dai, dai. 

 

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