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13 romanzi, ognuno di 13 capitoli, poteva forse lasciarsi sfuggire venerdì 13 come data di lancio? Si parla naturalmente di Una serie di sfortunati eventi che, dopo diversi mesi di attesa spasmodica da parte degli appassionati della serie letteraria, permette a Netflix di lancia finalmente una produzione mirata ad un pubblico più giovane, senza trascurare la qualità ammirata nelle opere più crude, cupe e adulte ammirate fin’ora. Una serie di sfortunati eventi, che ha visto per la prima volta la luce nelle librerie nel 1999, arriva sul piccolo schermo dopo la deludente trasposizione cinematografica che vedeva Jim Carrey nei panni del Conte Olaf, con aspettative molto alte e, per ora, per nulla disattese: 8 episodi, 4 coppie che coprono gli eventi narrati nei primi 4 romanzi della serie, una scelta che porta ragionevolmente a credere che non ci si fermerà alla prima stagione. Per fortuna, verrebbe da dire, per quanto visto sin’ora.

I primi due episodi, infatti, ripercorrono fedelmente le pagine di Un infausto inizio, il primo libro, che permette di fare la conoscenza dei tre fratelli Baudelaire, la geniale primogenita Violet (Malina Veissman), suo fratello Klaus (Louis Hynes) e la quasi neonata, ma dai denti super aguzzi, Sunny. Dopo la morte dei loro genitori, il signor Poe (K. Todd Freeman) li affida al loro parente più prossimo, tale Conte Olaf (Neil Patrick Harris), che ben presto rivelerà i suoi piani: impadronirsi della fortuna ereditata dai ragazzi.

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Come già evidenziato per DareDevil, per esempio, ciò che una serie dispone, rispetto ad una trasposizione cinematografica, è il tempo. Tempo per raccontare, tempo per essere fedeli ad un’opera letteraria che sapientemente sapeva mescolare intrattenimento fanciullesco a tematiche ben più cupe dalle tinte quasi horror, in atmosfere dark che richiamano il miglior Tim Burton. E non è un caso che la fotografia e le atmosfere della serie, che passano dal tetro grigiore della casa del conte Olaf ai colori pastello della città e degli abiti dei protagonisti, illuminati da una luce fiabesca, da “c’era una volta”, richiamino da vicino l’opera del regista di Burbank e, forse ancora di più, l’estetica di Wes Anderson. Ma al comando, per questi due episodi, c'è Barry Sonnenfeld, regista de La Famiglia Addams, il suo film meglio riuscito le cui atmosfere riecheggiano in questi primi episodi. È su questo sfondo che muovono i passi i protagonisti, con Lemony Snicket (convincente Patrick Warburton) ad interrompere la narrazione, come del resto avviene nei romanzi. Fedele, curato, con tanto di sottotitoli esplicativi dei versi della piccola Sunny o della spiegazione dei termini più complessi, altro leitmotiv dell’opera letteraria, che proprio in questo mostrava il suo intento didattico oltre che d’intrattenimento.

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Ma, senza nascondersi troppo, è sul Conte Olaf che si concentravano le maggiori aspettative e Neil Patrick Harris dimostra d’essere in splendida forma nell’interpretazione del perfido (ma anche buffo e maldestro) tutore dei ragazzi: l’occhio, inoltre, assume finalmente un valore molto forte, un elemento che nel lungometraggio di Brad Silberling non aveva ricevuto l'attenzione che avrebbe meritato. Un occhio che osserva, che vede, che scruta e spia: fonte di mistero e simbolismo, che probabilmente verrà svelato negli episodi successivi. Ondeggiando tra l’esilarante, il malinconico e il dramma, Un infausto inizio convince pienamanente, lasciando anche spazio per una sorpresa che potrebbe dare una chiave di lettura differente all’intera serie di romanzi. 

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